Ninfa Moderna
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Per anni ho condiretto una rivista online dal titolo evocativo: Bibliomanie (https://www.bibliomanie.it), figuriamoci. Il nome francese lo avevamo rubato al racconto omonimo di Flaubert ma andava bene anche per l’italiano perché di manie riguardo ai libri non ce n’è una sola, ma tante. L’amore maniaco o meno per i libri ho cominciato a praticarlo tardi, all’Università. Il mio maestro, Ezio Raimondi, era solito citarne almeno una decina a lezione, ragion per cui, oltre alla trentina di testi che avevamo da affrontare per l’esame finale, la maggior parte dei pomeriggi li passavamo in biblioteca ad esplorare quegli scrigni di meraviglie che si trovavano sugli scaffali polverosi della biblioteca di Lettere.
E’ un caso fortunato che i compagni di avventure di allora siano i miei colleghi di oggi al Copernico. Un dialogo che non si è interrotto, coi libri e con i miei amici. Si, perché, diceva Benedetto Croce, il libri sono i discorsi degli uomini e il tentativo di comprenderne i significati apre al significato dei significati, vale a dire al significato dell’esistenza: leggere ha a che fare col vivere, con la conoscenza. Respirare libri è come respirare il nostro presente, l’eternità del presente, o di ciò che si racchiude tra passato e futuro, la sua gioia, la sua divinità. Giusta la metafora: viviamo in un mare di storie, le nostre vite sono narrazioni.
Allora è bello pensare che, varcato il ponte che ci collega a palestra e biblioteca, inizi il mare, ci sia la spiaggia, ci siano le barche per imbarcarci sul nostro viaggio. Viaggio di ritorno, o di sola andata, dentro di noi, fuori di noi, nell’attimo sospeso chi ci riscatta, ci redime, ci esalta, nella scoperta o nel riconoscimento, riconoscimento dell’altro, dell’altro assoluto, del nostro destino? Che significato può avere un viaggio? Che significato può avere un incontro? ah saperlo!... gli scaffali di filosofia, di letteratura, di matematica, di storia, fisica e scienze nascondono forse la risposta a questo interrogativo, la risposta a una domanda che non è nemmeno una domanda, a una domanda che non si pone, a una domanda che si nasconde come la verità della natura raffigurata nella statua velata di Iside, o, forse, la risposta che, contagiati dalla nostra passione per i libri, andremo a scrivere nel nostro Libro, un nuovo Libro dei Libri, specchio non dei nostri vezzi, dei nostri narcisismi, ma del nostro convivere, del nostro vivere con gli altri tra liberi e libri, nell’autenticità di un nuovo significato.
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Ezio Raimondi, Gabriella Fenocchio, La letteratura italiana: il Novecento, Bruno Mondadori, Milano, 2004, voll. 2
Caro M.,
da un po’ di tempo ho sul mio tavolo i due volumi dell’ultima opera coordinata da Ezio Raimondi dedicati alla letteratura italiana del Novecento, sintesi autonoma di un’opera ben più ampia rivolta alle scuole. A me sembra un ottimo strumento di lavoro. Che te ne pare? Ho confrontato l’analisi di queste pagine con letture recenti. Senti questa citazione:
«Pensare che i testi parlino da soli, al di là e al di fuori di ogni possibile mediazione, è un’idea tanto vecchia quanto ingenua e intimamente balorda: disconosce la storia, disconosce la diversità dei codici e il modificarsi radicale, di secolo in secolo, degli orizzonti di attesa, delle domande che un testo produce e che al testo vengono poste. Dimentica soprattutto che le grandi opere letterarie sono, come ci è stato insegnato, abitate fin nell’intimo delle loro fibre da una critica immanente, che la cifra nel tappeto esiste e che su di essa , sul suo rinvenimento, si gioca la scommessa stessa della letteratura.»
L’ho tratta dal recente libello sulla critica di Mario Lavagetto,[1] e mi pare che non possa esserci migliore exergo di questo brano per commentare il ruolo, l’importanza del testo in questione. Quel valore dell’interpretazione che Raimondi ci insegna da trent’anni a questa parte.
Ti dirò che, alla prima consultazione complessiva dei due volumi, mi sembrava di sentir emergere l’idea esteriore di un novecento compatto, in sé concluso, lo sforzo di un tentativo di ordinamento, un’energia centripeta che poi però si scompone e scompagina nei singoli saggi, i quali danno conto della pluralità degli incroci e di forze centrifughe e contrastanti. Insomma, una cornice che non appiattisce, ma mette in relazione. Del resto, nella premessa di Novecento e dopo,[2] Raimondi si chiedeva se la critica e la storia letteraria non avessero bisogno di orizzonti più larghi, dovessero divenire sintesi di più filologie per offrire forza e profondità alle domande.
Come per i ricordi della propria vita, scrivere è disciplinare, ordinare i fili come al pettine di un telaio, perché il lettore contemporaneo, sia esso lo studente, o l’appassionato di letteratura, possa orientarsi e capire il “dove siamo” di un secolo che ha visto la nostra nazione vivace, ricca di proposte, assolutamente all’avanguardia rispetto alle querelles sui primati dell’ottocento.
Un passato prossimo, questo novecento, strutturato come un grande paesaggio – così inizia il saggio introduttivo di Ezio Raimondi – che poi nel percorrerlo si rivela continuamente terra di confine. Spesso succede che le periferie diano il senso di certi fenomeni in anticipo sul centro, e quindi vadano monitorate attentamente. La metafora spaziale si connette alla parola letteraria che è parola lunga, parola che dura e si riaccende nel riuso: così il novecento è paesaggio che sborda all’indietro, che riutilizza temi lasciati, che vira bruscamente in scelte forti - il plurilinguismo, la commistione di generi - e poi tace o si autorealizza nell’impegno o nel consumo, fino a cercare nuove frontiere, senza temere di essere oggi periferia - quella letteraria – che però propone le sue linee di identità irrinunciabili e chiama a confronto gli altri mezzi di comunicazione.
Ma non dimenticare che il libro vuole essere strumento di divulgazione, vuole essere mappa, oltre che scandaglio, e in questo gioca la sua peculiarità. In ciò dichiara subito il proprio debito alla grande storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, anch’essa, come sappiamo, nata per la scuola.
Letteratura, dunque, come luogo dell’attenzione, della mobilitazione dell’immagine ogni volta ricreata e non passivamente accolta.
Mi piace che il primo brano letterario riportato sia tratto da L’uomo senza qualità quando parla della febbre vivificante, delle contraddizioni che hanno nutrito la svolta del secolo. Su questa sorta di finestra si affacciano le complesse articolazioni, le filosofie, la sociologia, la psicoanalisi, le nuove concezioni di spazio e tempo, e poi per l’Italia l’assetto unitario con l’idealismo crociano, le riviste, il ruolo dell’editoria e della scuola. Si tratta di pietre miliari, di segnali che delimitano il variegato paesaggio, ma rendono pure conto delle difformità dei territori. Dalla descrizione generale si passa poi - così mi pare sia stato pensato l’impianto - ad analizzare situazioni paradigmatiche ed autori che in sé assommano le caratteristiche dell’epoca, che delineano un canone ma anche lo stravolgono, che portano il testimone un poco più in là.
E bisognerà davvero che gli insegnanti lo facciano proprio, questo novecento, e lo propongano ben completo ai propri studenti nell’ultimo anno delle superiori, senza più quei penosi balletti – ma, ti assicuro, ancora reali - dell’arrivare a Pirandello a fine aprile e poi in un mese affastellare “gli ultimi grandi”, e del secondo novecento non se ne parla proprio….
Con uno strumento come questo, invece, il panorama è chiarissimo anche se agile, e le relazioni semplici da allacciare. Ed anche fuori dalla scuola i due volumi serviranno a dare un profilo alle letture a volte disordinate della nostra formazione permanente.
Sai, ho ritrovato gli appunti di una presentazione al testo da parte di Anselmi e di Raimondi stesso: mi ero segnata – e ricordo le parole vibranti di questo nostro maestro sempre giovane – che Raimondi raccomandava agli insegnanti di non perdere fiducia nella voce della letteratura, nella forza della parola e nella sua capacità di arrivare “dall’altra parte”: il laboratorio della letteratura si realizza se conduce all’osservazione e all’esattezza, al concetto di complessità, se educa all’incontro. Dobbiamo fidarci dell’energia della parola letteraria, della sua consistency. E questo testo forse può aiutarci.
Cara M,
mi piace l’idea che un testo nato per le scuole sia capace di definire il “dove siamo” relativamente al sapere letterario; se vogliamo, ogni atto critico è una interrogazione che si pone su questa prospettiva, ed anche il recente libro di Lavagetto che citavi all’inizio mi pare segua la stessa direzione. Già: dove siamo? Per rispondere sensatamente a questa domanda e per soddisfare ai criteri di esattezza e di precisione che si richiedono ci vorrebbe una mappa grande come quella del cosmo, mi sembra dicesse Borges; ma, forse, nemmeno quando la avessimo costruita, potremmo dire di avere soddisfatto al nostro quesito, perché intanto qualcosa sarà cambiato e lo spazio ed il tempo del nostro cuore zingaro avranno già traslocato in un altro altrove, nelle profondità degli abissi spaziali, nei minuti recessi della natura. Forse, il dove siamo è una domanda impossibile, capace solo di interrogare una approssimazione; anche se non si può certo smettere di farla. Dov’eravamo noi quando andavamo da Raimondi a sentire le lezioni su Gadda? Chi eravamo e chi siamo, dove siamo ora? Il tempo passato ha scavato una specie di abisso nella nostra anima per cui si percepisce una sorta di vertigine… la quale è pur sempre azione, movimento… no?
Il testo di cui parli lo avevo già visto e mi era anche piaciuto. Ora, però, voglio farti una domanda: ha ancora senso fare letteratura a scuola, oggi, quando i ragazzi sembrano sintonizzati, preferire altre forme narrative, mezzi espressivi concorrenti come il cinema, la televisione, i diversi linguaggi del giornalismo? Tu dici: è una questione di fiducia nelle possibilità della letteratura, ma col termine “fiducia”, o “fede”, mi fai pensare all’insegnante di lettere come l’ultimo sacerdote di una lontana religione, superstite del naufragio dei tempi. Io, per parte mia, sono perplesso, sono turbato. Non guardare ai dati di vendita editoriali, perché non è certo solo qui la letteratura.
Il fatto è che, a volte, come insegnante, mi sono sentito come l’ectoplasma della poesia di Montale, cioè un essere fuori dalla storia, fuori dal tempo, perduto nel nostalgico ricordo di un presunto primato letterario. Beh, sia detto tra parentesi, quale ectoplasma ho anche bei ricordi al riguardo: certe mattine di novembre con le brume fitte che giungevano fin sotto le finestre dell’aula III di Lettere e creavano una specie di bozzolo dentro cui noi incantati, chini sugli appunti, seguivamo i nostri maestri; o quei pomeriggi di fervore in biblioteca a disegnare le mappe critiche di quelle evoluzioni, tra caffè e tomi polverosi, fino a tardi.
Sto esagerando? Sono anch’io vittima dell’iperbolico comunicativo attuale? Volgiamola in positivo. Forse si tratta di un disagio passeggero, di una pausa generazionale di cui nulla sospetterà la successiva, e comunque, mentre lo penso, mi accorgo già che i testi letterari, nel momento stesso in cui esistono, sono una sorta di combustibile della riflessione, si pongono come polarità della dialettica interpretativa quotidiana, e sono ancora gli artefici della nostra poiesis esistenziale…
Caro M.,
quale disincanto, quanta malinconia nelle tue parole! Un valido antidoto sono le parole di Fuentes citate nel saggio finale: soltanto nella parola letteraria l’informazione diventa esperienza e l’esperienza si trasforma in conoscenza. Dunque potrà succedere che i giovani si guardino indietro, riconoscano il valore incomparabile della letteratura e tornino a frequentarla come una necessità. Bisogna che noi siamo lì, in quel momento, ad indicare loro come trasformare la memoria in costruzione di sé.
Per questo nel libro ci sono anche delle belle schede sui temi del pensiero storico e critico, sulla storia delle idee come quelle su un personaggio fondamentale come Gadamer, sui percorsi dello strutturalismo, del decostruzionismo o su filosofi come Lévinas, per non dire delle figure più importanti del sistema letterario italiano del dopoguerra, la cui influenza si misura ancor oggi nelle conferenze pubbliche o nei nostri dialoghi privati. Ma tu non ti sei ancora esposto: un giudizio su questi due volumi?
Cara M.,
mah, sai, non è facile perché se, da un lato, il testo risponde a quel bisogno informativo di cui tutti sentiamo la necessità - in quanto ricco di notizie, filologia, prospettive di poetica, e in quanto si presta, facoltoso, alle indagini di coloro che lo interrogheranno -, dall’altro lascia il dubbio che il tutto sia stato scritto in modo forse troppo lemmatico, didascalico, redazionale, senza lasciare che la passione delle lettere debordi in quell’abnorme, peculiare, singolare visionarietà interpretativa che è sempre foriera di idee, di conquiste e di pensieri alianti anche nell’ambito didattico. Ma forse sono ingiusto.
Questo non è, ad esempio, il caso dello studio su Gadda il quale, oltre ad essere ben aggiornato sulle recenti acquisizioni della critica e ad avere un andamento pensoso e misurato, si interroga sulla modernità dei temi stilistici gaddiani, sull’uso del pastiche, del plurilinguismo, sulla pratica filosofica la quale, peraltro, accompagnerà giudiziosa e costante l’autore lungo tutto il suo percorso esistenziale e narrativo. Un altro saggio che mi è piaciuto molto è quello su Fenoglio, un autore di cui, personalmente, sapevo poco ma che ora volentieri cercherò in libreria.
Al di la delle direttive editoriali, mi pare che una nota di merito rilevante vada assegnata ad una eccellente studiosa come Gabriella Fenocchio, che ha curato i volumi: il suo scrupolo analitico, il suo segno critico serio ed intelligente sono come una marca di controllo che attraversa la totalità dei testi. Si diceva prima della responsabilità etica ed estetica della parola letteraria, tanto sul versante poetico e narrativo come su quello critico; lo stesso si può dire della sua curatela, in quanto garanzia sempre meditata di un dialogo con il lettore mai banale o insignificante.
(Magda Indiveri Mauro Conti )
[1] M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Torino, Einaudi, 2005.
[2] E. Raimondi, Novecento e dopo. Considerazioni su un secolo di letteratura, Roma, Carocci, 2003.
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Il nuovo romanzo di Alessandro Berselli Anche le scimmie cadono dagli alberi è certamente un testo importante per le nostre lettere. Io e S. l’abbiamo letto una prima volta quest’estate, in spiaggia, sotto l’ombrellone, bisbigliandocene le parti, quasi in un gioco segreto, ed è stata un’esperienza piacevolissima perché la storia di Samuel Ferrari era capace di perforare il flusso noioso, caotico del rituale estivo con le sue architetture, le sue volte fresche e affascinanti. Poi l’ho riletto di recente, anche perché volevo raccontarlo, come rifugio della debordante melma delle piogge autunnali esperite davanti al televisore: uno spasso, perché lo sguardo dello scrittore, o meglio, della sua voce narrante che coincide poi con quella del protagonista, è umoristico, caustico, non è mai immobile o faticoso di lamenti, commiserazioni, ma sa liberarsi di ogni impiccio con signorile eleganza, con la semplicità sentimentale, autentica, di un ragazzo che dica: ecco, questa è la mia vita, io sono questo. Consigliarlo oggi accanto a un liquore prestigioso, abbrancati a una comoda poltrona dopo i pranzi natalizi? Certamente.
Ma vediamone il disegno di massima: Samuel Ferrari è un giovane di belle speranze, dalla personalità mercuriale, multiforme, metafora del nostro tempo interconnesso, multitasking. La sua libido mira in alto: carriera in una multinazionale, la poltrona del presidente e l’amore prima frivolo poi disperato per Anna, una passione che pompa la di lui psiche di volontà di conquista, di potenza. Come si fa a prendere, acciuffare il pavone del desiderio per la coda? Samuel ha percorso tutte le strade, i sentieri del giorno e della notte. Sulla facies opposta della luna, la dark room, una cupio dissolvi, un desiderio di morte, rappresentata da un’inquietante ma eccitante signora giapponese, seducente nella sua pura espressione di esercizio estetico e formale, di sguardi langorosi in un’aria frigida, nudula, dignitosa, radicalmente funerea. Erotismo raffinato, categorico, spirituale, di ghiaccio. Un ruolo non meno importante e, per così dire, metonimico del protagonista, è rappresentato dalla sorella di Samuel, una specie di Barbie girl un po’ viziata, intorpidita da troppi chewingum alla fragola, neanche di spinelli.
Uno non s’immagina come si possa impiastricciare la propria vita negli affetti fondamentali, ma, insomma, lei ci riesce e si ritrova dall’altra parte del mondo alla ricerca di una pace improbabile, dopo una miriade di giravolte dell’animo e di musiche e miti, moti, motti dei nostri giorni, da risultare spettacolare come una pagina di D’Annunzio. Per fortuna questo romanzo si è allontanato dalle atmosfere sverniciate di pece del noir e semmai riabbraccia quelle care all’autore di Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli di cui certo Berselli ha rintracciato le orme sulla via Emilia. Tuttavia a mio avviso, come già ne scrissi, lo stile proprio della sua personalità artistica è riconducibile al Tristam Shandy di Lawrence Sterne. In fin dei conti il testo assomiglia a un romanzo sperimentale, sia per l’originalità del quadro tipografico, che trascrive i movimenti del pensiero in automatico, sia per le questioni del sentimento, affrontate con ingenuità, autenticità e leggerezza, pur nella gravità drammatica delle invenzioni, che intrigano, stringono il lettore in un labirinto complesso e, a volte, antipatico di identità contrapposte, di pulsioni conflittuali.
Insomma un’esperienza di lettura completa e coinvolgente che fa di Berselli uno degli scrittori da seguire e inseguire sugli scaffali delle librerie o sui cataloghi degli editori on-line per capire dove va il nostro tempo, per sapere dove sono collocate nella cartografia del presente le esperienze, i fatti della modernità, per capire, in fondo, ciò vogliamo e non vogliamo e poi interpretiamo alla nostra maniera, ridisegnandone i confini e i caratteri, narrando il tempo come fa il disegno rotondo dell’onda sulla battigia, negli amplessi voluttuosi delle nostre estati, delle estasi del desiderio. Bravo, Alessandro.
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Il Libro dei Profeti: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele. Introduzioni di Gianfranco Ravasi. Traduzione e note di Luigi Moraldi. Testo ebraico a fronte. BUR, Milano 2004.
Che significato può avere oggi rileggere i libri dei Profeti? Di significati, a questo riguardo, ce n’è un numero infinito come sono le vie che si addentrano tra gli abissi del cielo stellato; ma se uno vuole resistere al pur dolce naufragare o, per dirla con certa filosofia, alla deriva delle interpretazioni, allora l’eccellente proposta suggerita da Padre Ravasi potrebbe costituire un ottimo approccio, rinforzato, per giunta, nel solco della millenaria esegesi cristiana.
Questa edizione presenta i libri dei quattro cosiddetti “profeti maggiori”, presenti all’interno della Bibbia, vale a dire: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele; mentre i “minori” sono: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.
Innanzi tutto chi è il Profeta? Il Profeta è uno che è stato chiamato, è l’eletto di un’azione della grazia divina. Il Profeta è un uomo di Dio, è un visionario, è uno che vede la realtà delle cose e degli eventi e cerca di superarla, per coglierne il senso ultimo; egli è uno che intende trascendere la pura e semplice manifestazione delle cose e dei fatti ponendosi nella prospettiva illuminante offerta dallo stesso Dio, donata dalla sua grazia. Il Profeta è dunque il portavoce di Dio, “uno che annuncia le parole di Dio agli uomini” sosteneva Sant’Agostino, come Mosè, il Profeta per eccellenza. Quale portavoce il Profeta è necessariamente uomo del presente, coinvolto nella vicenda storica, incarnato, incardinato in essa quale missionario della libertà e della grazia divina.
Ma il Profeta, in quanto uomo della Storia, ne è anche il Giudice. Egli è un uomo pubblico che proclama, simbolicamente, la parola divina davanti alla comunità secondo i canoni della comunicazione religiosa ebraica; egli, infine, ha il dono del prevedere, nel senso che denuncia le dinamiche segrete della Storia, la loro carica messianica. In quanto capace di penetrare la profondità trascendente degli eventi il profeta, per concludere, “intuisce la logica di fondo con cui Dio traccia il suo piano salvifico e quindi sa intravederne gli sviluppi futuri”, ricorda Ravasi nella sua introduzione e, in questo senso, forse, vanno interpretate le parole di Karl Jaspers quando sosteneva che la profezia ebraica è un evento cardine della storia del mondo. Uomo del presente, il profeta offre un messaggio che abbatte i confini temporali e si proietta nel futuro della vicenda umana per interpretarne il messaggio di redenzione; in questo senso anche la figura di Cristo acquista connotati di indole profetica.
La figura del profeta, nella mia immaginazione, ha sempre avuto un carattere particolare: i suoi discorsi mi parevano intrisi di terra rovente e polverosa, di lande screpolate ed aride dove egli, quale ambulante allampanato, non alieno da coloriture cervantine, si aggirava, in preda al delirio, a predicare avvenimenti che non si sarebbero mai avverati. In realtà e ben altrimenti, la sua figura ha sempre esercitato un certo fascino nella storia per quel suo carattere di libertà, sincerità, purezza, assolutezza. Come giustamente chiarisce il Ravasi, in una ultima recensione sommaria ma ricca, sono innumerevoli i riflessi delle parole dei profeti nell’ambito della storia della letteratura come, del resto, il loro simulacro topologico e immaginale nell’ambito della storia dell’arte, o nella musica. Vediamo così Raffaello rappresentare un Isaia nell’atto di reggere un papiro in cui è scritto in ebraico: ”Aprite le porte, entri il popolo giusto che si mantiene fedele…” mentre Geremia è raffigurato nel profilo dell’uomo in lutto per la fine di Gerusalemme dal Michelangelo della Sistina e da Rembrandt. Ezechiele, invece, con la sua visione di una distesa sterminata di scheletri calcificati abbandonati in una valle a cui Dio ordina di predicare, lo troviamo in Luca Signorelli o anche, per citare un musicista, nel Libro d’Organo di Messiaen. Daniele poi, forse anche per i suoi ammiccamenti erotici nella scena di Susanna al bagno e del relativo processo intentatole dai “vecchioni” quale moglie del Re Baltasar, torna in Michelangelo, Rembrandt, Lotto, van Dyck e nelle opere di Chaucer, Calderon de la Barca, Hendel: i riferimenti sono veramente tantissimi. Resta infine da lodare la traduzione e le note di Luigi Moraldi che fanno di questo volume al contempo un prezioso e accurato “manuale” per lo studioso ma anche un bellissimo libro di storia e poesia.
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Georges Didi-Huberman, Ninfa moderna. Saggio sul panneggio caduto. Il Saggiatore. Milano 2004
I libri belli sono come le belle donne: accendono l’immaginazione, l’accordano su mille sussurri, la ricolmano di inaspettate risonanze. Ninfa moderna di Georges Didi-Huberman è un bel libro stampato a Milano nel 2004 da Il Saggiatore nella collana La Cultura, storica raccolta di saggistica e intelligente catalogo del pensiero moderno.
Sulla scorta dell’opera di Aby Warburg e della grande scuola di studi figurativi da lui rilanciata, ma non senza riferimenti a un volume su Leibnitz come La piega di Gilles Deleuze, il testo indaga la sopravvivenza di un elemento caratteristico dell’iconolgia classica che si spinge fino ai giorni nostri: il panneggio.
Era il 1893 quando il giovane Warburg rimase affascinato e cominciò a studiare La nascita di Venere e La primavera di Botticelli. Il movimento dei capelli, le forme dei panneggi, la grazia dei personaggi femminili furono per lui occasione per dispiegare un profluvio di erudizione in cui riemergevano fonti letterarie e motivi visivi antichi come, ad esempio, il personaggio di Ninfa. Oltre ad essere una vera e propria costellazione dell’immaginario, dalle monete antiche fino al sigillo reale inglese del 1662, in un incrocio di genealogie e di corrispondenze, il motivo risaliva all’antro di Mnemosyne sviluppando una fantastica nebulosa di richiami e di sopravvivenze. Un testo come La rinascita del Paganesimo Antico di Aby Warburg, tradotto da Delio Cantimori, è impareggiabile testimonianza di questo percorso euristico.
Le Ninfe, si sa, sono fanciulle che sorvegliano le fonti nella mitologia greca; le troviamo in Omero, in Esiodo o, più avanti, nella riflessione di un Porfirio. Didi-Huberman nel nostro studio ha saputo individuarne la riformulazione storica nella sopravvivenza di certe forme tipiche del panneggio nell’arte moderna a partire dalla scultura di età classica per passare dalla Santa Cecilia di Stefano Maderno, un’opera del 1600, fino alle foto di Germane Krull o di uno Steve McQueen che rappresentano stracci, cenci inzuppati di sporcizia ai bordi delle scoline e dei marciapiedi delle grandi città. L’esperienza estetica dell’artista moderno assomiglia a quella di un mendicante, di un vecchio dissoluto, di un triste indigente o di un cencioso clandestino. Gia Monda e Greco si erano occupati di queste problematiche in un testo importante come Bassifondi Contemporanei ma qui è Parigi, la Parigi di Baudelaire, di Benjamin che diventa il teatro di una lucida ricognizione.
La caduta di Ninfa, il declino dell’aura, in quanto tratto tipico del moderno, percezione sensibile della nostra epoca, mette in mostra, al tempo stesso, il naufragio della materia e il rifluire della memoria, l’oggetto degradato, consumato dei nostri giorni e l’allegoria, la sopravvivenza delle forme simboliche in cui si imbeve l’esperienza della visione dell’uomo occidentale. “La storia si scrive a partire dai rifiuti stessi della storia” diceva Benjamin, ed “è nei materiali minimi dell’intermédiaire che si manifesta l’eternamente identico.”.
Lo storico è come un archeologo delle città in quanto “compulsa gli archivi dell’orgia, il cafarnao dei rifiuti. Tutto quanto la grande città ha gettato via, ha perduto, ha ridisegnato, o rotto, egli lo cataloga, lo colleziona.”. Ecco che dunque la materia degradata, uno straccio, un biglietto dell’autobus finito spiegazzato nella tasca del cappotto, vengono elevati al rango di allegoria, testimonianza militante di un ordine cognitivo che risale il tempo e si colloca in “un eterno presente - dice l’autore - che non è atemporale, l’essenza immutabile delle forme artistiche al di là della storia ma l’intreccio delle sopravvivenze nella riformulazione storica di ogni presente delle forme”.
Non siamo nella sfera ideale delle nozioni universali ma nella concreta materialità dell’immemorabile, la stessa che Walter Benjamin scrutava nelle strade di Parigi e “nel lavoro intenso in seno alle cose che vi si trascinano di qua e di là.”. In conclusione, dal panneggio della classicità fino agli stracci messi a protezione delle scoline presso i marciapiedi di Parigi la discesa verso l’informe diventa un’elevazione allegorizzante e conoscitiva, una sorta di esercizio trascendentale sul soggetto della storia e delle sue forme espressive.



