Ogni curriculum ha bisogno di una presentazione. Non è facile presentare se stessi attraverso le normali strutture dell'argomentazione perché generalmente s'incorre in due pericoli opposti: da una parte quello di dare un'immagine irreale di se, fantasiosa, che, oltretutto finirebbe per non chiarire nulla del fine professionale dello scritto in quanto ausilio al curriculum, dall’altra quello di ricercare una sorta di obiettività, una verità assoluta la quale, soprattutto se il soggetto è al contempo l’ oggetto del racconto, si rivela sempre inattingibile. Io credo poi che, nell’era della comunicazione mediale, non si possa fare a meno della presenza fisica dell’interlocutore, il cui linguaggio, il linguaggio del corpo intendo, ha forse una più densa rilevanza espressiva di quanto non abbiano le parole, se non altro perché utilizza quelle codificazioni inconsce che sono patrimonio collettivo sviluppato dall’umanità lungo i labirinti del tempo.

 

 

Sono nato a Casalecchio di Reno, Bologna, il 2 Novembre alla fine degli anni '50. A seconda delle credenze antropologiche c’è chi considera questo giorno che segna ufficialmente la morte della natura nelle culture antiche, fausto o infausto. Tra i vari complessi di inferiorità che ho volentieri coltivato negli anni può essere annoverato anche questo: essere nato il giorno dei morti. In realtà, oltre il problema delle credenze, sono grato a queste debolezze, e anche a coloro che sadicamente le hanno create, perché mi hanno motivato a ricercare quella indipendenza dal giudizio altrui che considero la principale conquista della personalità umana, la sostanza vera ed il fondamento della sua libertà.

 

 

Sano abbastanza da superare con relativa tranquillità le minacce alla salute dei primi anni di vita, in anni in cui la sanità non aveva ancora fatto passi da gigante, ciò che ritorna di quel periodo sono i luoghi. Abitavamo in una piccola casa con giardino alle porte della città e nelle afose domeniche d’estate si mangiava all’aperto, sotto un pergolato d’uva e un fico che producevano un ombra assai piacevole. Ricordo quando mio padre mi sollevava in alto perché cogliessi i primi chicchi maturi, o quando mia mamma, con modo spiccio, mi infilava a fare il bagno dentro una tinozza di metallo usata altrimenti per il bucato. L’acqua mi piace, non mi fa paura; pare sia dominante anche nella mia configurazione astrologica. Mi piacque anche quella volta, all’età di quattro anni, quando finii per ruzzolare vestito dentro un canale che costeggiava la casa. Un canale dove le donne della zona, in ordine su gradoni di pietra, andavano a lavare i panni. Per fortuna due buoni uomini si buttarono prontamente e mi ripescarono dai flutti avvolgenti. Me la cavai bene, se si esclude lo spavento della mamma ed un interrogativo che non mi ha abbandonato: cosa cercavo, cosa chiedevo all’acqua?

 

 

Nulla. Forse, semplicemente, avevo calcolato male i passi per via di uno strabismo congenito che modificava la mia percezione visiva. Vedevo male. Fu il mio primo intervento chirurgico, nel ’63, all’età di sei anni. L’Italia seguiva costernata le notizie della tragedia del Vajont ed io soffrivo per una bendatura forzata di sei lunghissimi giorni immobile su un lettino presso la clinica oculistica del Sant’Orsola di Bologna. Il risultato clinico dell’intervento fu scarso. Non corresse lo strabismo e da quel momento cominciai a portare gli occhiali, a frequentare centri di ortottica. Riuscii a superare il trauma un po’ con l’esercizio, un po’ con la consolazione, sostenuta dalle mie compagne di classe, che si trattasse di uno strabismo venusiano. Intanto dei negozi di occhiali ero diventato uno dei migliori clienti. Inoltre, giocando a calcio, non passava mese senza che una pallonata li mandasse in frantumi. Ero abbonato.

 

 

Per fortuna esisteva la Mutua che si assumeva le spese terapeutiche. Stava vicino casa e si facevano delle file interminabili per adirvi; anche mezze giornate. L’unica volta che non feci fila fu quando un medico cane, con due coltellacci, mi strappò di gola le tonsille. Non si faceva che una debole anestesia locale a quei tempi e come anestetico per i bambini, ma solo per loro, c’era un gelato. Si mandava giù panna e sangue raggrumato: una vera novità commerciale.

 

 

I miei lavoravano tutto il giorno in fabbrica, ed io passavo la maggior parte del tempo in cortile con gli amici o dal nonno. Quartieri popolari, in periferia, che crescevano in groppa ad un paesaggio dolce ed ondulato. Un piccolo mondo antico, proprio vicino a casa, che se ne andava mentre si edificava l’autostrada Bologna- Firenze. Un pezzo della quale fecero passare proprio nel giardino della bellissima villa Marullina, una villa del ‘700 ancora abitata dai suoi discendenti nobili, i quali quasi non avevano alzato la voce per protestare lo scempio: era una grande arteria vitale alla salute della nazione. Un mondo che moriva. A quel tempo le nevicate erano copiose e le strade ne risultavano coperte anche per mesi. Io andavo con i calzoni corti”a fare le palate”con gli altri e ce ne tiravamo certe ghiacciate che facevano male. Sebbene non li veda più da anni i miei amici prediletti restano loro: Lorenzo, Enzo e Massimo.

 

 

Eravamo nati tutti nello stesso anno, nel giro di una stessa settimana ed eravamo molto affiatati. Certo, non mancava competizione, invidia, gelosia, ma tutto si svolgeva in un gioco circolare che comprendeva anche la riconciliazione, le scuse e la promessa di non ripetere il peggio. Mi ricordo anche dei loro genitori e delle merende che si facevano in casa dell’uno, dell’altro, sempre attorcigliati da una fame divorante. Dato che i miei lavoravano in fabbrica, passavo la maggior parte del tempo in solitudine, e facevo volentieri la parte del bambino orfano bisognoso d’affetto. Per la ricorrenza del primo dell’anno si andava a fare gli auguri nelle case del quartiere. O meglio, a scassare i campanelli delle persone ancora addormentate che avevano passato la nottata in festa. Alcuni ti salutavano di buon grado, perché era considerato di buon auspicio l’augurio di un bambino. Si riceveva la ricompensa di cinque o dieci lire e si mettevano tutti da parte in un libretto in banca. Formiche si nasce…ed arrabbiate si diventa. Quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo l’ingegnere navale. Forse era un mestiere che avevo sentito pronunciare alla TV con particolare cerimonia. Io credo però che sia un ricordo di una vita passata. I significati psico - simbolici connessi sono l’interpretazione che preferisco.

 

 

Del periodo delle elementari ricordo il maestro Zoli, un tipo entusiasmante. Sapeva raccontare la storia del Risorgimento italiano come non l’ho sentito fare all’Università. Ci metteva l’anima, ti faceva sentire carbonaro, ti leggeva il libro Cuore con voce accorata, autorevole, da grande istrione e gli austriaci erano nemici che volevano impadronirsi proprio del tuo mondo. Io sentivo una affinità particolare per i rivoluzionari, per i sognatori in generale, mi identificavo nelle loro sofferenze, nelle loro speranze, forse perché uno dei pochi libri che adornavano la mia povera libreria era Le mie prigioni di Silvio Pellico, un libro che leggiucchiavo di tanto in tanto e che ci avevano imprestato assieme a Guerra e Pace di Tolstoj. Edizioni Mondadori in caratteri bodoniani e bella carta color crema, spessa e resistente. I libri mi piaceva toccarli se non leggerli, erano come belle donne al tatto. Allora andavo sempre a casa della zia Adolfa ( povera zia, con un nome così ) che faceva una piccola attività per conto di altri e nel frattempo mi faceva fare i compiti, mi insegnava a scrivere, a parlare. Aveva una figlia, Elena, che faceva le scuole medie, ed era bella e brava. Mi piaceva, ma non glie l’ho mai confessato. Lo saprà oggi, ma non sarà uno scandalo, perché comunque lei non ci pensava, impegnata com’era nella pratica di guardarsi allo specchio e di trovarsi fenomenale.

 

 

Alle scuole Medie, in seconda, venni rimandato in Scienze. Non avendo soldi per lezioni private trovammo un doposcuola presso un servizio sociale del Comune che era tenuto da studenti universitari. Alla mattina loro andavano a farsi spaccare la testa nelle manifestazioni operaie che si svolgevano in piazza mentre al pomeriggio, ancora tutti fasciati e sanguinanti, facevano ripetizioni. Tra manifesti del Che ed inni alla rivoluzione gli insegnanti intrecciavano amori e a volte capitava di dover andare a far giri nel parco in attesa che i lavori in corso terminassero. A Settembre feci un figurone all’esame, e la Prof. di Matematica e Scienze quasi piangeva per i progressi che avevo riportato. Delle Medie indimenticabile era il Prof. Rocca, di Educazione Artistica. Era simpaticissimo e soprattutto mi teneva in considerazione. Apprezzava i miei cartelloni pubblicitari, le mie terrecotte, il mio stile: sentivo, forse per la prima volta, che qualcosa, frutto del lavoro della mia propria anima, veniva apprezzato. C’era poi quella di Italiano, una bella donna che non si era sposata la quale, nei momenti di pausa, ci spiegava come dovesse essere preparato il sugo alla bolognese. Doveva bollire a fuoco lento non meno di tre ore. Quando, all’età di trent’anni, provai a mettere quei consigli in pratica, mi ritrovai con un pastone bruciacchiato e con il fondo della pentola definitivamente compromesso. Forse non avevo seguito attentamente la procedura, distratto com’ero dalle ragazze.

 

 

Ce n’erano di carine nella nostra classe ed il principale esercizio erotico, oltre a quello praticato in solitudine privata, era il palpare. Durante l’intervallo, i più arditi, svolgevano dei veri e propri assalti. Le spingevano contro i cappotti allineati sugli attaccapanni e recitavano scene erotiche fantastiche tra grida di terrore o risatine compiaciute di quelle più emancipate. Un bidello dalla testa calva, che aveva fatto il militare in epoca fascista, interveniva a riportare l’ordine ma certe volte non disdegnava di allungare le mani, sempre però nell’ottica dell’ordine da restaurare. All’età di quattordici anni cominciai a fumare. Comprai un pacchetto di Presidente dal distributore automatico e assieme al mio amico Roberto, detto Aguirre, Furore di Dio, ci facemmo una capanna di sterpi in mezzo ai campi e lì andavamo a fumare. Non c’erano divieti, anche i miei zii fumavano, ma quando mio padre scoprì un pacchetto di MS da dieci nascosto in garage mi diede un paio di sberle. Da quel giorno non ha smesso di tormentarmi come una tortura cinese. Io solo oggi, che ho quarantatre anni, sono sul punto di cedere. Hai vinto, babbo.

 

 

Quando venne il momento di decidere la scuola superiore da intraprendere, i miei mi mandarono ad un istituto tecnico, come del resto tutti gli altri. Era il suggerimento degli insegnanti della Media, anche se ogni ordine era aperto alla scelta personale. Forse il Prof. Rocca non era intervenuto, forse il fatto che le industrie locali erano le principali committenti di personale, venni indirizzato alla Meccanica. La scuola è sempre stata in mano a deficenti, nulla è cambiato. Perché non si guarda in faccia alle persone? Quell’estate conobbi Lorena. Era una bambina di quattordici anni, graziosa, bionda, con gli occhi azzurri, con un sorriso lucente stampato sul volto, un volto radioso, chiaro, di pesca. Era cliente della macelleria dove quell’estate andai a fare il garzone. Il pomeriggio ci incontravamo in piscina ed io facevo un po’ il bulletto sul mio Mister College Prototipo, un motorino che mi aveva regalato la mamma. Non credo di averla nemmeno baciata; certo mi sembrava impossibile che una ragazza potesse essere interessata alla mia persona ed io sinceramente non sapevo da dove cominciasse l’amore. La storia finì alla ripresa scolastica tra emozioni e improvvisi rossori, ma il bel ricordo non è mai cessato.

 

 

Le scuole superiori erano un altro mondo, erano le scuole di città, con gente proveniente da i più diversi posti, dalle storie più disparate. Casalecchio era abitata da gente proveniente, più o meno, dallo stesso ambiente sociale. Era gente di montagna, di campagna, uomini e donne che si erano trasferiti in città al termine della guerra in cerca di lavoro in una delle fabbriche che stavano nascendo. Era gente che aveva patito la fame, la miseria più nera, la perdita dei propri cari durante il conflitto, gente che parlava il dialetto e che non aveva studiato e non possedeva ne la televisione, ne il telefono. Si acquistava a rate la prima cinquecento e la domenica andavamo a trovare i parenti.

 

 

Alle scuole di città, del centro, il mare si allargava. Potevi incontrare figli di emigrati meridionali, stranieri, gente di colore diverso dal tuo, potevi incontrare i rampolli della borghesia bolognese, ragazzetti tutti strafottenti e azzimati, pieni di fisime che ti guardavano dall’alto al basso come se fossi sudicio. Veramente loro non facevano le scuole tecniche, ma venivano indirizzati al Liceo. Ma i nostri padri, in risposta responsabile e ponderata, dicevano che a fare il Liceo si perdevano cinque anni di tempo a studiare Latino e Greco, Matematica e Scienze, mentre invece era molto meglio imparare un mestiere o fare un corso di Libri Paga…La nostra inferiorità si esprimeva anche nelle nostre scelte.In un ambiente relativamente asfittico, si cresceva, si giocava a calcio, si sognava, si osservava gli altri più svegli e ci si adeguava.

 

 

Mi piaceva vestire alla moda, con jeans Sisley, con le “fanghe”di Franco, e mi atteggiavo anch’io a fare il”fighetto”. Andavo in discoteca al Ciak e compravo Uomo Vogue ; nei momenti di tristezza leggevo i fotoromanzi di Franco Gasparri e volevo diventare bello come lui per avere molte donne. Al Bar, chi aveva provato la sensazione di un rapporto sessuale completo con una ragazza raccontava meraviglie, e c’era anche chi di donne ne prendeva magicamente una via l’altra. Dei veri fenomeni che mi incantavano e che mi sembra, se frugo nella memoria, distinguere ancora oggi. Mi sembra di vederli col loro fare un po’ donchisciottesco, quell’aria da marionette che attraversano il tempo nel gesto di una posa ossificata, nello svolgimento esclusivo di una direzione.Si nutrivano di liquori, di sigarette, di pomeriggi al Bar, di sfottimenti, di fantasiose cacce, di prestazioni eccezionali, di gioco del biliardo, di noiosissime partite a carte. Le spose con le tette all’aria negli assolati paludamenti d’estate, le spose emiliane, passavano sculettando davanti alla schiera dei vitelloni al bar, e ridacchiavano sotto i baffi mentre rifilavano splendidi scapaccioni ai figli un po’ tonti ed imbranati che portavano lenti spesse e venivano rimandati in Applicazioni Tecniche. ….

 

 

Per mantenere queste vanità modaiole, il sabato e la domenica cominciai a lavorare presso l’ambiente un po’ esclusivo del circolo del Tiro a Volo. Era frequentato da ricconi con il ventre debordante e da nuovi ricchi che il recente risveglio economico aveva beneficato. C’erano nobili, professionisti di vaglia, professori universitari. Facevo i lavoretti che fa un piccolo servitore, andavo a raccattare piccioni morti, caricavo pile di piattelli, verniciavo cassette. Col tempo sono diventato uno speaker delle gare molto bravo e lavorai anche ai Campionati Mondiali . Quel piccolo mondo a parte fatto di maggiordomi, di automobili luccicanti, di partite a canasta e di splendide donne sofisticate, rispetto al mio piccolissimo, aveva il vantaggio di insegnarti alcune cose della vita che è sempre meglio sapere. Entravano in scena dei veri ricchi e, a volte, indulgevi a specchiarli, li ponevi a modello. Allora il sentimento della vita, sollevato dalle necessità economiche primarie, si faceva quasi più metafisico, acquisiva un valenza esistenziale. Mah..!!

 

 

In questo periodo la mamma si ammalò. Una malattia grave, per cui si temette anche per la sua vita. Con le cure che si praticavano in quel periodo trovò un sollievo, ma il male doveva ritornare più avanti. Per fortuna si è risolto tutto bene. Tocchiamo ferro. Comunque nessuno di noi pensava che la mamma se ne potesse andare. Era al centro delle nostre necessità, la loro fonte primaria di soddisfazione. Benedetta sia anche la vocazione che l’ha voluta a condividere la nostra esistenza come la più cara delle madri. E in bocca al lupo.

 

 

A scuola si perdeva tempo, non c’erano soddisfazioni personali, non c’era creatività, non si prendevano decisioni, non si produceva nulla di buono. Inoltre forti tensioni sociali percorrevano il corpo cittadino e scolastico. Nella mia scuola si lanciavano le cattedre dalle finestre, si bruciavano i registri, si distruggevano i laboratori. Io andavo alle manifestazioni di piazza con gli operai, con gli studenti universitari e i bersagli dei nostri insulti, nel nome di un comunismo utopico, erano gli eterni governi democristiani, Cossiga, Andreotti. Oltre alle manifestazioni politiche, Lotta Continua, Potere Operaio, non disdegnavo le partite di biliardo, così che obiettivamente il tempo trascorso in classe era scarso. Fui bocciato in terza, giustamente. Per la Meccanica non avevo che un debole interesse.

 

 

Una risposta al disagio di quegli anni non venne dalla politica, bensì dalla discoteca. Stava partendo il cosiddetto riflusso dalla partecipazione politica, e le persone si rifugiavano nel privato dei loro interessi semplici come risposta alla crisi del sociale. Non sono sicuro di ricordare bene ma mi sembra che l’inflazione avesse raggiunto il livello del venti percento e l’economia fosse attraversata dai grandi scandali delle industrie statali ed anche dal tentativo di colpo di Stato del Gen. De Lorenzo denunciato da Eugenio Scalfari. Camilla Cederna costringeva alle dimissioni il Presidente della Repubblica ed io andavo al Ciak con i ragazzi della compagnia della baracchina .

 

 

La febbre del sabato sera si curava al Ciak. C’erano le ragazze più belle di Bologna, la musica d’importazione direttamente dagli Stati Uniti d’America, luci sofisticate, tecniche di diffusione sonora all’avanguardia. Un altro mondo, dove si poteva fumare in pace, baciare le ragazze arrotolandosi dentro cascanti tende di velluto, guardare pettinature, scarpe, vestiti, sparare malignità e farsi guardare. La musica alta, oltre a fare barriera per rifugio di nuove sensualità, non consentiva molto altro, e del resto noi non avevamo granché da dire. Inizia un periodo di allegra illusione, di sorridente e sorda ignoranza, la città dell’anima viene esplorata partendo dalla sua periferia anonima e industriale, ma di ciò avrò coscienza solo più tardi.

 

 

La musica da discoteca mi piaceva veramente. Acquistavo le ultime novità e restavo sveglio alla notte per ascoltare le trasmissioni musicali dei più famosi disc-jockey a Radio Montecarlo, a Radio Lussemburgo, alla Rai, e ne scimmiottavo la voce, il gergo, gli atteggiamenti. Quasi clandestine, nascevano allora le prime radio private o, come si diceva, libere. Libertà veramente non praticata, perché, a parte il caso di Radio Alice che si spingeva a raccontare gli spostamenti della Polizia durante le manifestazioni, o le imprese degli alternativi mentre praticavano coiti in diretta, le altre imitavano il modello della radiodiffusione pubblica; e le copie che ne risultavano erano deprimenti. Al bar, dove trascorrevo la maggior parte del tempo, conobbi Stefano Scandolara, un tipo simpatico che scriveva canzoni per Mina, la Vanoni, il quale mi fece conoscere Tarantini, un radioamatore solitario e ingegnoso, che aveva installato un’antenna e trasmetteva musica balcanica da un vecchia villa diroccata sulle colline della Croara, a Bologna. Cercavano gente giovane per fare nuovi programmi. La chiamavano la casa degli spiriti: indizi di messe nere e pratiche religiose proibite spuntavano bruciacchiate tra i ruderi e le erbacce: era la casa di Radio Bologna Notizie.

 

 

Una svolta alla mia vita impresse quell’incontro. Tutti i complessi di inferiorità, le debolezze, le ignoranze, i lacrimanti bisogni che avevano contristato il mio passato, ripiegavano nell’ombra. Ero un disc-jockey. Sul palco, sotto l’occhio brillante del riflettore, c’era la mia nuova voce, calda, sensuale anche se un po’ fessa, che metteva in scena una bonarietà sempliciotta, facilona, che faceva l’americana, la spigliata sorridente, ma soprattutto c’era la disco-dance, leggera e spensierata come una frizzante coppa di Champagne, c’era un nuovo ottimismo. Ricevevo letterine di ammiratrici, attestazioni di stima inaspettate, avevo spasimanti bellissime che, altrimenti, non avrei mai saputo conquistare. Ogni giorno si facevano nuove conoscenze, ogni giorno c’era una città da far divertire, da far giocare, da rilassare, da innamorare con la musica giusta e la giusta situazione. Conobbi tanti artisti che diventarono famosi o si dannavano per diventarlo proprio in quegli anni: Gianna Nannini, Vasco Rossi, Umberto Tozzi, Renato Zero; ogni tanto passava da noi Lucio Dalla, e ci divertivamo sempre moltissimo con Giancarlo e Miki, i disc-jokey del Ciak, che mi avevano introdotto nel mondo delle discoteche e mi facevano fare delle serate retribuite.

 

 

Dopo Radio Bologna Notizie lavorai a TeleRadio Bologna e a Punto Radio. Mi ubriacai di quel mondo, ne ero come drogato, tra le paludi della identità era affondata una nave ed io ero quel relitto. Quando si è giovani bisogna studiare molto, faticare, aprirsi all’esperienza e superare ogni genere di difficoltà per fortificarsi, per crescere sani e robusti. Io diventavo ogni giorno più fragile, molle, prigioniero di quel fallace successo pubblico, chiuso in un narcisismo vacuo. Mi ero lanciato come Icaro in una impresa empia, quella di fare piazza pulita di tutte le ombre dell’anima, attratto dalla bellezza del Sole, ma ora le mie ali si scioglievano, ora, a terra disteso, bevevo da una fonte velenosa; avevo acquisito una falsa percezione di me stesso che presto sarebbe sbocciata in crisi.

 

 

Non grave, ma crisi autentica. A una scuola privata, per puro caso, riuscii a diplomarmi geometra assicurando la commissione esaminatrice che mai e poi mai avrei fatto quel mestiere. Bisognava pensare al futuro. I miei compagni, giudiziosi e determinati, interrogavano i parroci e sceglievano le strade della professione, si fidanzavano con le ragazze che io scartavo in discoteca e prolificavano. Io interrogai una maga e, quando mi disse che il mio futuro sarebbe stato nel cinema, le credetti.

 

 

Primo: per fare cinema come lo intendo io bisogna essere colti, avere senso estetico, intelligenza acuta, bisognava saper recitare e scrivere, dirigere attori. Io abitavo agli antipodi: non avevo letto che un paio di romanzi in vita mia, non ero molto intelligente e che avessi un minimo di senso estetico era da dimostrare. Però amavo il cinema. A Ottobre mi iscrissi alla Facoltà di Lettere incurante delle conseguenze che una scelta del genere, se portata a compimento, poteva comportare. Giusta la profezia, volevo diventare un grande regista ma prima bisognava debellare l’ignoranza con solidi studi. Iniziò così un periodo di studio matto e disperato. Avevo lasciato le discoteche e mi ero ritirato in un luogo romito, nutrendomi solo di bacche e latte di capra; la mia sola ossessione era il cinema, e una fame divorante, onnivora, di sapere, di cultura. Io che sapevo appena la grammatica, quando non leggevo i classici della letteratura frequentavo malinconici cineclub.. Mi piacevano Fellini, Antonioni, Bergman, Visconti, Fassbinder, Moretti: certe volte parlavo con loro di notte in sogno, ma volentieri anche di giorno, da solo, in strada. Verso Febbraio dell’anno successivo chiesi aiuto all’analista.

 

 

Dall’analista non persi molto tempo. Era bravo e, invece di ricorrere ai farmaci, mi insegnò il training autogeno, la pratica respiratoria che aiuta a rilassarsi e a ritrovare la concentrazione. Inoltre mi aiutavo con letture di libri di psicologia e, dunque, oltre a quel bravo dottore, va a Carl Gustav Jung il merito di avermi salvato da certe fobie. In quel periodo ebbi anche una storia d’amore che durò più a lungo del solito, con la presentazione ufficiale ai genitori di lei, le visite ai parenti, i regalini..quando vi sposate, quando avrete dei figli..io mi sentivo single nell’anima anche se sapevo amare, provare il fuoco della passione, soffrire. Mi dispiace Patri, ma non so che dire. Gli esami all’Università, pur con la fatica di dover fare ogni volta tutte le cose partendo dall’inizio, procedevano. Avevo fatto la conoscenza di un gruppo di amici molto studiosi e brillanti. Assieme a Paolo, Gabri, Chiara, Giuseppe, Caterina, Andrea, Teresa stavamo bene e andavamo alle conferenze, ai concerti, ai musei, al cinema. Non perdevamo una lezione di Raimondi, il nostro maestro, ma anche di Volpe, Guinzburg, Traina, Eco. L’Università non costruiva solo una professione, ma diventava anche una avventura dell’intelletto,una impresa conoscitiva che dava un possibile senso alla nostra crescita e, in generale, alla nostra vita.

 

 

Mi sono laureato in Letteratura Umanistica con l’ottimo Prof. Gian Mario Anselmi discutendo una tesi sulla Cronica di Anonimo Romano, un testo del trecento molto interessante nel quale si narravano, tra l’altro, le imprese di Cola di Rienzo, in una lingua volgare medio - centrale molto vivace e colorita. Ricordo la tesi come la cosa più interessante di quel periodo. Frequentavo le biblioteche d’Italia, scrivevo, facevo ricerche che non erano state tentate prima, insomma cominciavo a mettere all’opera il duro lavoro dell’apprendimento compiuto. Il risultato fu soddisfacente e mi laureai il 25 novembre 1983 con 110/110. Potevo dirmi soddisfatto, congratulare me stesso oltre agli amici che mi hanno aiutato a superare le difficoltà, perché alla partenza del percorso universitario mi ero presentato come un assoluto novellino. Ora sapevo la Grammatica, la Poetica, la Retorica e un claudicante Latino. Subito dopo la tesi ebbi anche la possibilità di collaborare ad una importante pubblicanda Storia del Cinema. Facevo delle schede di autori, compilavo delle bibliografie, andavo al cinema. La vita cominciava a prendere forma.Ma mi chiamarono a fare il servizio militare dopo appena un mese. Avevo ventisei anni. Destinazione Albenga, Centro Addestramento Reclute Bersaglieri.

 

 

Il servizio militare così come l’ho fatto non è servito assolutamente a nulla. Mi avessero insegnato la nobile arte della guerra, le armi, le tecniche, le strategie, direi diversamente, ma fatto come si faceva in quel periodo, da soldato semplice, non serviva assolutamente a nulla. Una grave perdita di tempo: marce, vuote giornate a guardare il nulla, nonnismo. Dopo Albenga venni inviato in Friuli a Sequals: peggio che peggio. Qui venni raggiunto dalla notizia della morte di mio nonno, la persona che aveva guidato, accompagnato con amore e affetto tutta la mia infanzia, la mia giovinezza. Provo ancora oggi un groppo allo stomaco mentre lo saluto. Dopo un mese fui trasferito ad una caserma di Bologna dove più agevolmente cercai di organizzarmi. Ebbi modo di conoscere il Generale Marchi, Comandante di Brigata, un grande uomo, che mi diede la possibilità di dedicarmi agli studi e di svolgere una attività più consona al mio curriculum. Mi aiutò anche a lavorare nel giornalismo. Non si è fatto nulla, ma lo ringrazio sentitamente.

 

 

Al termine del servizio militare feci qualche articolo per “Il Resto del Carlino”, il quotidiano nazionale, ma sinceramente non mi vedevo nella parte. Il giornale trombetta compiacente, riverente, mieloso non fa per me. Io credo che oggi ci sia il problema dell’informazione e mi piacerebbe offrire il mio contributo, ma le scuole di giornalismo, le redazioni, lo stesso Ordine dei giornalisti sono come fortini asserragliati nel deserto, come ignari di una realtà molto più sorprendente e complessa di quanto loro siano in grado di raccontare. Certo il controllo dell’informazione vuol dire anche potere, la politica, il governo della polis, ma io credo che l’unica città che valga la pena di governare sia quella dell’anima e su questo territorio, se Dio vuole, fino ad oggi non s’è visto nessuno che possa dirsi signore. Anche perché nessuno, per citare un saggio greco, conosce i confini dell’anima, sia quelli che si estendono nello spazio, che quelli nel tempo o chissà quale altra dimensione.

 

 

Dato che non mi andava di fare l’insegnante volli provare in Rai. Allora la Rai sosteneva artisti, scrittori, registi, sceneggiatori, era un centro di produzione dove transitavano tante belle teste e tutto ciò poteva servire al mio fine. La televisione mi piace; è fenomenale nel fare realismo, nel raccontare lo sport, è stata la mia balia da bambino. Nella nostra famiglia era sempre accesa e la nonna addirittura teneva una conversazione tutta personale con Emilio Fede. Parlava con lui mentre presentava il telegiornale cosicché non si capiva mai niente. Quando mi presentai all’ingresso della sede locale di Via Alessandrini un corpulento usciere mi fece compilare un modulo e, in tutta confidenza, accennò al fatto che occorreva essere raccomandati, avere padrini politici, altrimenti la pratica sarebbe caduta nel vuoto. Nel vuoto caddi lo stesso, nel vuoto caddi cercando un padrino politico.

 

 

Era l’onorevole XXXXX, democristiano, amico di amici, in passato anche consigliere di amministrazione Rai. Mi indirizzò al suo amico capo struttura, socialista, il dottor YYYYY, il quale dopo un breve colloquio mi fece stendere il progetto di alcuni possibili programmi radiofonici. Ne scelse uno sulla vita notturna bolognese. Il titolo si ispirava ad un film di Iosseliani: I Favoriti della Luna: dovevo fare una inchiesta in tredici puntate sulla dolce vita a Bologna. Iniziai a Maggio. Lavorai sodo per un mese. Il programma era carino. Lo conservano le teche. Bello il palcoscenico. Belli gli applausi. La struttura programmi della sede regionale chiuse dopo un mese. A Bologna restava una redazione giornalistica ma non un centro di produzione. Sfiga.

 

 

Nei due anni successivi feci il supplente di Italiano e Latino, sognai, scrissi molte cose che non pubblicai e mandai una mia opera, un raccontino giallo di quindici cartelle al Concorso del MystFest di Cattolica, dove si teneva un festival dedicato al genere giallo, al mistero. Non vinsi. Si intitolava La Regina delle Nevi e raccontava di un giovane scrittore narcisista e talentuoso e di un ragazza che non riusciva a smettere di drogarsi. Un po’ di confusione, ma c’era qualcosa di buono e i miei amici lo trovarono non male come prima prova. Provai anche con il teatro.

 

 

Era una piccola compagnia di ragazzi diretta da una mia amica. Facemmo delle piccole cose shakespeareane e le presentammo alle Feste Medievali di Brisighella. Teatro in piazza, tra la gente, sulle panche dei banchetti, sui bordi delle fontane. Benino, applausi. Il teatro è un’arte perfetta ed è un peccato che sia tenuto così in discredito nel gusto collettivo italico. Bisogna insegnarlo a scuola, così anche i ragazzi più reticenti bevono la medicina a volte amara della Letteratura. Il teatro è letteratura pura.

 

In questo periodo feci anche una interessante esperienza di venditore porta a porta per la Vorwerk Folletto, aspirapolvere, scope elettriche etc. Molte porte sbattute in faccia senza ragione, molta rabbia, poco denaro, ma esperienza importante. Bisognava vendere la propria credibilità nei primi venti secondi di contatto con le persone, bisognava mostrarsi la persona giusta al momento giusto in grado di risolvere il loro problema terribilmente importante. Bisognava interpretare una parte e fare un lavoro su di sé del tutto simile a quello di Stanislavskij. Dopo due mesi di recita sempre uguale mi stancai. Vieni, vieni, vieni via con me - una voce mi diceva…andiamo a Roma, cerchiamo una vita migliore…

 

 

A Roma non avevo nessuno, non avevo amici, ma mi tuffai nel gran mare senza troppo pensare. Gli unici contatti che avevo erano quelli con Pupi Avati, il regista, al quale avevo mandato il mio raccontino giallo ottenendone un complimento di risposta, ed il capostruttura Rai di Bologna, che era stato trasferito nella capitale e impacchettato in un ufficietto grigio e sordido di Viale Mazzini. Con mia sorpresa mi ricevette, scoprii che mi stimava e mi aiutò a trovare posto alla Radio, Radio Due, ma a partire da settembre; eravamo solo a marzo. Per riempire quel buco frequentai un corso di sceneggiatura diretto da Ugo Pirro presso la celebre libreria dello Spettacolo in via di Monte Brianzo. Un ambiente stimolante, si parlava di cinema, si scriveva, conoscevo della gente finalmente, dopo un lungo e triste vagare tra camerette in affitto e noiose passeggiate solitarie nella foresta urbana. Qui conobbi Gabri, una bella ragazza di Cagliari, fuggita di casa, che, dopo aver fatto tutti i mestieri e girato l’Europa, si era trasferita a Roma. Ci mettemmo assieme e passammo dei bellissimi momenti. Aveva una sensibilità alla vita tutta particolare; non ne ho più incontrate di donne così, capaci di costruire un mondo a partire dal proprio se; quasi tutte fanno il contrario, fanno le concubine in ambienti costruiti da altri. Ciao bella…

 

 

A Radio Due lavorai al programma di cronaca “Il Pomeriggio”, un cosiddetto contenitore di notizie varie, di cronache e rubriche che andava sulle onde medie per tre ore il pomeriggio. Al di la dell’ignoranza del capostruttura che lo progettava e della caporedattrice che ne eseguiva i comandi, coi quali purtroppo mi trovai subito in contrasto ( ma, devo ammettere, per presunzione mia ) , era piacevole andare in giro per l’Italia a farsi raccontare fatti ed eventi che sfuggivano all’occhio ciclopico dei grandi mediatori nazionali. Prendevamo le notizie dai giornali locali ed avevamo un occhio di riguardo alle curiosità, ai problemi ambientali, ai fatti di cultura non specialistica. Assieme a Gian Luigi Rondi, che teneva una rubrica di critica cinematografica, mi occupai inoltre di cinema e insomma cominciavo a stendere quei fili per organizzare il futuro che una tempesta, di li a poco, avrebbe distrutto.

 

 

Era una domenica del dicembre ’88. Largo di Santa Susanna, vicino alla Fontana dei Tre Fiumi. Attraversai la strada ed un auto, guidata da un ragazzo che aveva preso la patente da appena una settimana, mi investì. Fui sbalzato in alto per una decina di metri oltre un marciapiede che partisce le due corsie e caddi a terra come un corpo morto cade. Non davo segni di vita. Poi ripresi conoscenza. Il braccio sinistro mi faceva male, era immobile, tutto scavallato. Frattura scomposta all’omero. Il resto, per fortuna, a parte qualche escoriazione, andava bene. Al Policlinico mi consigliarono di ritornarmene a Bologna, all’Istituto Rizzoli, dove mi avrebbero curato bene. Io avevo un biglietto aereo per Bologna prenotato per il giorno successivo, dove avrei dovuto fare un paio di servizi. Passai una notte insonne da Gabri, poi la mattina ritornai a casa. Restai con il braccio immobile due mesi e altro tempo impiegai per le necessarie cure. Proprio mentre stavo iniziando a fare qualcosa veniva una tempesta a scompaginare i miei progetti.

 

 

Le difficoltà, se ragiono con la mente oggi, sono il motore della vita, le difficoltà sono occasioni in cui provare la nostra nobiltà, per dirla con Dante. Io, allora, in seguito a quell’incidente, entrai in crisi…ero bravo, facevo dei buoni servizi, scrivevo delle belle cose, ma in Rai ognuno coltiva il proprio orticello e, se vuoi lavorare, devi conoscere le persone che comandano, le quali a loro volta cambiano con il mutare delle condizioni politiche. Non si ragiona con spirito d’azienda. Tante belle persone, intelligenze, si sono perse, è andato perduto il loro talento perché non c’era nessuno che avesse voglia di valutarlo, di farlo crescere…..

 

 

Di nuovo a Roma dopo sei mesi, riuscii a trovare un contrattino di programmista-regista presso Radio Uno, in un programma che si chiamava “Saper dovreste” e che trattava di musica lirica. Lunghe giornate strascicate a scaldare scrivanie, a ripetere banalità al telefono, agli amici. Al termine del contratto cercai di trovarne un’altro presso la Rai Corporation di New York. Volevo emigrare, rilanciare la posta in gioco della vita, dare un senso all’esistenza. Volevo fare un corso di regia al prestigioso Film Institute della New York University ma non conclusi nulla, anzi fui blandito inutilmente dai miei stessi protettori che non mantennero le promesse e mi fecero perdere tempo. Che andassero al diavolo…per giunta l’assicurazione che doveva risarcirmi il sinistro fece un ricorso, fece sostenere al mio investitore tante false ragioni ed il processo a distanza di tredici anni dura ancora.

 

 

Non avendo denaro ed essendomi stufato di una grande città come Roma ritornai a Bologna.

 

Da un lavoretto all’altro, ma ormai scaltrito su come funzionavano le cose della vita, trovai una strada in politica. L’on. Gian Carlo Tesini, democristiano, era stato fatto Ministro dei Trasporti e della Marina Mercantile nel primo Governo Amato e stava cercando collaboratori. Era un momento difficile per l’Italia perché era scoppiato lo scandalo di tangentopoli che metteva sotto accusa una intera classe politica. Accettai un impiego a tempo determinato presso la segreteria bolognese anche perché lo stesso Ministro mi promise un costruttivo interessamento per un futuro in Rai. Ragionando con Machiavelli adattai i mezzi ai fini e accettai l’incarico turandomi il naso. Il mio senso della verità, verità liberale democratica e dunque sostanzialmente in linea con la politica dell’onorevole, doveva pazientare ancora poco, ma prima o poi, mi illudevo, sarebbe arrivato il suo momento. Mi disposi umilmente a quel servizio di pubbliche relazioni, di chiacchiere e menzogne come un servitore egizio dentro la tomba di un faraone. Quando il governo Amato cadde, nel fuggi fuggi generale, scoprii di essere stato preso in giro un’altra volta.

 

 

I governi democratici si reggono sulla retorica, sull’arte della parola, sulla dialettica e anche sulla menzogna….io muto servitore egizio, io bisognoso bimbo bulgaro, mi trovai spaesato. Ma dovevo rispondere alla sorte. Sentivo un confuso impulso a rafforzarmi, dovevo pensare anche a fare denaro, cercare di avviare una attività imprenditoriale, mettere su qualcosa di mio. Feci un corso per Agenti – Rappresentanti alla Camera di Commercio, poi partecipai ad una selezione presso Programma Italia, la società finanziaria del gruppo Fininvest e venni assunto come praticante Promotore Finanziario. Passavo le giornate al telefono cercando di vendere pensioni integrative ed altri prodotti finanziari. Facevo corsi, riunioni, meeting; studiavo per fare l’esame di promotore finanziario. Era un mondo nuovo, per certi versi noioso, per altri entusiasmante. Poi un giorno litigai col mio capo e rassegnai le dimissioni. Aveva ragione lui a dire che dovevo cambiare il mio atteggiamento verso quella attività, dovevo dedicarmi totalmente ad essa. Io del resto pensavo al cinema, alle sceneggiature e comunque, non me lo volevo sentir dire, o meglio non accettavo quel tono insultante da padrone che mi diceva quello che dovevo fare, anche se si trattava di verità. La dignità, l’onore, vogliono il loro credito.

 

 

Nello stesso anno tentai un corso in Regione assieme a circa tremila altre persone. C’erano dieci posti di lavoro in palio. Mi classificai entro i primi cento ma giurai a me stesso che in futuro avrei cercato di combattere questo modo sindacale di intendere il lavoro. Il lavoro non può essere considerato una variabile a se stante dell’agire umano, ma va visto come variabile della personalità. La persona umana non può essere oggetto di contrattazione nelle mani di un coglione sindacalista. Viva la libertà, viva la diversità delle persone, le loro debolezze, le loro incredibili qualità… che vanno valutate attentamente e non scannerizzate con quiz imbecilli e di dubbia scientificità. Il lavoro, il fare ci miglioreranno, ma i tempi ed i modi non li stabilirete, non li pianificherete collettivamente voi, diobono.

 

 

Rispondendo ad un annuncio sul giornale trovai impiego presso l’Ufficio stampa di una associazione di produttori di GPL, il gas di petrolio liquefatto che di tanto in tanto, si legge sul giornale, fa saltare in aria qualche garage o il serbatoio di qualche automobile. Trascorrevo tutto il tempo a scrivere articoli, comunicati stampa, redigere questionari. Una meraviglia per me iniziare la giornata al computer e terminarla la sera non ancora esausto rovistando tra le parole, provando le idee, sperimentando i concetti, anche se si trattava di un mondo diverso dal mio. Inoltre c’erano diverse belle ragazze in quell’ufficio, e la cosa non guasta.

 

 

Dato che si trattava di un contratto a tempo determinato fui felice quando, ormai al termine, il mio amico Alessandro Cogolo, da Roma, Rai Tre, mi disse che era riuscito a trovarmene uno presso la redazione di un programma di imminente partenza. Era “Qualcuno mi può giudicare” di Caterina Caselli. Contratto abbastanza breve come programmista – regista ma con la possibilità di scrivere testi. Con tutto il corredo degli scenari possibili infarcivo il futuro. Allettante la prospettiva di ritornare a Roma, di riprovare. In realtà fui impiegato alle pubbliche relazioni, io dico a fare, sia detto con tutto il rispetto, la segretaria. Inoltre mi trovai a disagio con alcune persone che dovevano guidare il team e non sapevano nemmeno controllare se stesse. Il programma è andato male. Costava ottocento milioni circa a puntata, gli autori ed i dirigenti gente da carcerare e io sinceramente mi sono rotto le scatole.

 

 

Sempre più in balia dei venti di un destino al quale mi sentivo estraneo, ma al quale mi sottomettevo con pazienza, ritornai a Bologna, a fare il rappresentante e lavorai come agente presso una ditta che produceva Software per commercianti e collegamenti in rete, e per un'altra che vendeva spazi pubblicitari su guide della città. Attività alimentari, per tirare avanti, ma con deboli prospettive per il futuro. Feci domande alle scuole private, mandai in giro o portai personalmente, non so quanti curricola. Ad anno scolastico iniziato l’Istituto Professionale per Odontotecnici “Leone Dehon” mi chiamò a sostituire un professore di Italiano e Storia che se ne era andato. Siamo nel Ottobre 1998. Un sospiro di sollievo.

 

 

Insegnare non è facile; è un mestiere pericoloso. Se è vero che il nostro studente preferito è lo studente che siamo stati, la sua proiezione, nella quale anche misuriamo l’efficacia di un relazione didattica, è altrettanto vero che ogni insegnante, se non vuole restare schiacciato, chiuso in questo ruolo, deve sforzarsi di oltrepassare questo castello, per orientarsi verso le infinite varietà dell’umana percezione con spirito dialogante e apertura educativa. L’esperienza al Dehon mi ha insegnato che occorrono tanti stili didattici quanti sono gli studenti e che l’insegnante comunque non può essere un giudice con la spada in mano. Mestiere non facile. Ricco di sfumature. Si guadagna poco. Non male. Oggi l’istituto professionale per odontotecnici ha chiuso. I frati dehoniani hanno intrapreso un altro orientamento e hanno chiuso la nostra scuola. Mi trovavo bene con gli insegnanti, con un Preside di vaglia come Dario De Tomasi. Peccato. Le cose belle non durano: è la lezione di questo mio percorso, no?

 

 

Con la chiusura della scuola avvenuta il luglio scorso termina anche questa piccola autobiografia. Tra qualche mese compirò quarantaquattro anni, e, sinceramente non mi riesce di capire cosa farò in futuro. Passo le giornate a dipingere, la mia passione preferita…e fumo sigari toscani incantato dal silenzio mistico di questo ferragosto in città. Se guardo indietro, se ripenso al ritratto che ho dato di me stesso in queste pagine o quello che potrei fare con il pennello ed i colori, insomma se guardo oggi al passato vedo un uomo in grigio che attraversato la vita nel silenzio, nell’ombra, un uomo con una valigia carica di tante amarezze, malinconie, paure, dubbi, impedimenti. Certo, da qualche angolo del paesaggio vengono luci brillanti, sfavillanti bagliori, momenti di gioia, attimi di felicità, la meraviglia dell’amore, ma nel complesso il quadro che mi riguarda e intinto nei colori bruni dell’ombra, della tristezza. Io credo, giusto il mito, che con la nascita abbiamo perduto il nostro stato di perfezione, che siamo angeli caduti dall’eterno e ancora lunga e faticosa è la strada per la nostra redenzione. Tuttavia, per quanto infelice e gonfio di nostalgia possa essere il percorso varrà sempre la pena di averlo vissuto, di viverlo, di sperimentarne le mutevoli possibilità avventurandosi nel suo labirinto, perché tanto maggiore sarà la ricompensa se non ci sottrarremo al nostro compito e sapremo sciogliere i mille nodi in cui si contorce il nostro bene. Mi auguro che domani il dolore non ci trovi più come muti suoi alleati.

 

 

 

Ogni curriculum ha bisogno di una presentazione. Non è facile presentare se stessi attraverso le normali strutture dell'argomentazione perché generalmente s'incorre in due pericoli opposti: da una parte quello di dare un'immagine irreale di se, fantasiosa, che, oltretutto finirebbe per non chiarire nulla del fine professionale dello scritto in quanto ausilio al curriculum, dall’altra quello di ricercare una sorta di obiettività, una verità assoluta la quale, soprattutto se il soggetto è al contempo l’ oggetto del racconto, si rivela sempre inattingibile. Io credo poi che, nell’era della comunicazione mediale, non si possa fare a meno della presenza fisica dell’interlocutore, il cui linguaggio, il linguaggio del corpo intendo, ha forse una più densa rilevanza espressiva di quanto non abbiano le parole, se non altro perché utilizza quelle codificazioni inconsce che sono patrimonio collettivo sviluppato dall’umanità lungo i labirinti del tempo.

 

 

Sono nato a Casalecchio di Reno, Bologna, il 2 Novembre alla fine degli anni '50. A seconda delle credenze antropologiche c’è chi considera questo giorno che segna ufficialmente la morte della natura nelle culture antiche, fausto o infausto. Tra i vari complessi di inferiorità che ho volentieri coltivato negli anni può essere annoverato anche questo: essere nato il giorno dei morti. In realtà, oltre il problema delle credenze, sono grato a queste debolezze, e anche a coloro che sadicamente le hanno create, perché mi hanno motivato a ricercare quella indipendenza dal giudizio altrui che considero la principale conquista della personalità umana, la sostanza vera ed il fondamento della sua libertà.

 

 

Sano abbastanza da superare con relativa tranquillità le minacce alla salute dei primi anni di vita, in anni in cui la sanità non aveva ancora fatto passi da gigante, ciò che ritorna di quel periodo sono i luoghi. Abitavamo in una piccola casa con giardino alle porte della città e nelle afose domeniche d’estate si mangiava all’aperto, sotto un pergolato d’uva e un fico che producevano un ombra assai piacevole. Ricordo quando mio padre mi sollevava in alto perché cogliessi i primi chicchi maturi, o quando mia mamma, con modo spiccio, mi infilava a fare il bagno dentro una tinozza di metallo usata altrimenti per il bucato. L’acqua mi piace, non mi fa paura; pare sia dominante anche nella mia configurazione astrologica. Mi piacque anche quella volta, all’età di quattro anni, quando finii per ruzzolare vestito dentro un canale che costeggiava la casa. Un canale dove le donne della zona, in ordine su gradoni di pietra, andavano a lavare i panni. Per fortuna due buoni uomini si buttarono prontamente e mi ripescarono dai flutti avvolgenti. Me la cavai bene, se si esclude lo spavento della mamma ed un interrogativo che non mi ha abbandonato: cosa cercavo, cosa chiedevo all’acqua?

 

 

Nulla. Forse, semplicemente, avevo calcolato male i passi per via di uno strabismo congenito che modificava la mia percezione visiva. Vedevo male. Fu il mio primo intervento chirurgico, nel ’63, all’età di sei anni. L’Italia seguiva costernata le notizie della tragedia del Vajont ed io soffrivo per una bendatura forzata di sei lunghissimi giorni immobile su un lettino presso la clinica oculistica del Sant’Orsola di Bologna. Il risultato clinico dell’intervento fu scarso. Non corresse lo strabismo e da quel momento cominciai a portare gli occhiali, a frequentare centri di ortottica. Riuscii a superare il trauma un po’ con l’esercizio, un po’ con la consolazione, sostenuta dalle mie compagne di classe, che si trattasse di uno strabismo venusiano. Intanto dei negozi di occhiali ero diventato uno dei migliori clienti. Inoltre, giocando a calcio, non passava mese senza che una pallonata li mandasse in frantumi. Ero abbonato.

 

 

Per fortuna esisteva la Mutua che si assumeva le spese terapeutiche. Stava vicino casa e si facevano delle file interminabili per adirvi; anche mezze giornate. L’unica volta che non feci fila fu quando un medico cane, con due coltellacci, mi strappò di gola le tonsille. Non si faceva che una debole anestesia locale a quei tempi e come anestetico per i bambini, ma solo per loro, c’era un gelato. Si mandava giù panna e sangue raggrumato: una vera novità commerciale.

 

 

I miei lavoravano tutto il giorno in fabbrica, ed io passavo la maggior parte del tempo in cortile con gli amici o dal nonno. Quartieri popolari, in periferia, che crescevano in groppa ad un paesaggio dolce ed ondulato. Un piccolo mondo antico, proprio vicino a casa, che se ne andava mentre si edificava l’autostrada Bologna- Firenze. Un pezzo della quale fecero passare proprio nel giardino della bellissima villa Marullina, una villa del ‘700 ancora abitata dai suoi discendenti nobili, i quali quasi non avevano alzato la voce per protestare lo scempio: era una grande arteria vitale alla salute della nazione. Un mondo che moriva. A quel tempo le nevicate erano copiose e le strade ne risultavano coperte anche per mesi. Io andavo con i calzoni corti”a fare le palate”con gli altri e ce ne tiravamo certe ghiacciate che facevano male. Sebbene non li veda più da anni i miei amici prediletti restano loro: Lorenzo, Enzo e Massimo.

 

 

Eravamo nati tutti nello stesso anno, nel giro di una stessa settimana ed eravamo molto affiatati. Certo, non mancava competizione, invidia, gelosia, ma tutto si svolgeva in un gioco circolare che comprendeva anche la riconciliazione, le scuse e la promessa di non ripetere il peggio. Mi ricordo anche dei loro genitori e delle merende che si facevano in casa dell’uno, dell’altro, sempre attorcigliati da una fame divorante. Dato che i miei lavoravano in fabbrica, passavo la maggior parte del tempo in solitudine, e facevo volentieri la parte del bambino orfano bisognoso d’affetto. Per la ricorrenza del primo dell’anno si andava a fare gli auguri nelle case del quartiere. O meglio, a scassare i campanelli delle persone ancora addormentate che avevano passato la nottata in festa. Alcuni ti salutavano di buon grado, perché era considerato di buon auspicio l’augurio di un bambino. Si riceveva la ricompensa di cinque o dieci lire e si mettevano tutti da parte in un libretto in banca. Formiche si nasce…ed arrabbiate si diventa. Quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo l’ingegnere navale. Forse era un mestiere che avevo sentito pronunciare alla TV con particolare cerimonia. Io credo però che sia un ricordo di una vita passata. I significati psico - simbolici connessi sono l’interpretazione che preferisco.

 

 

Del periodo delle elementari ricordo il maestro Zoli, un tipo entusiasmante. Sapeva raccontare la storia del Risorgimento italiano come non l’ho sentito fare all’Università. Ci metteva l’anima, ti faceva sentire carbonaro, ti leggeva il libro Cuore con voce accorata, autorevole, da grande istrione e gli austriaci erano nemici che volevano impadronirsi proprio del tuo mondo. Io sentivo una affinità particolare per i rivoluzionari, per i sognatori in generale, mi identificavo nelle loro sofferenze, nelle loro speranze, forse perché uno dei pochi libri che adornavano la mia povera libreria era Le mie prigioni di Silvio Pellico, un libro che leggiucchiavo di tanto in tanto e che ci avevano imprestato assieme a Guerra e Pace di Tolstoj. Edizioni Mondadori in caratteri bodoniani e bella carta color crema, spessa e resistente. I libri mi piaceva toccarli se non leggerli, erano come belle donne al tatto. Allora andavo sempre a casa della zia Adolfa ( povera zia, con un nome così ) che faceva una piccola attività per conto di altri e nel frattempo mi faceva fare i compiti, mi insegnava a scrivere, a parlare. Aveva una figlia, Elena, che faceva le scuole medie, ed era bella e brava. Mi piaceva, ma non glie l’ho mai confessato. Lo saprà oggi, ma non sarà uno scandalo, perché comunque lei non ci pensava, impegnata com’era nella pratica di guardarsi allo specchio e di trovarsi fenomenale.

 

 

Alle scuole Medie, in seconda, venni rimandato in Scienze. Non avendo soldi per lezioni private trovammo un doposcuola presso un servizio sociale del Comune che era tenuto da studenti universitari. Alla mattina loro andavano a farsi spaccare la testa nelle manifestazioni operaie che si svolgevano in piazza mentre al pomeriggio, ancora tutti fasciati e sanguinanti, facevano ripetizioni. Tra manifesti del Che ed inni alla rivoluzione gli insegnanti intrecciavano amori e a volte capitava di dover andare a far giri nel parco in attesa che i lavori in corso terminassero. A Settembre feci un figurone all’esame, e la Prof. di Matematica e Scienze quasi piangeva per i progressi che avevo riportato. Delle Medie indimenticabile era il Prof. Rocca, di Educazione Artistica. Era simpaticissimo e soprattutto mi teneva in considerazione. Apprezzava i miei cartelloni pubblicitari, le mie terrecotte, il mio stile: sentivo, forse per la prima volta, che qualcosa, frutto del lavoro della mia propria anima, veniva apprezzato. C’era poi quella di Italiano, una bella donna che non si era sposata la quale, nei momenti di pausa, ci spiegava come dovesse essere preparato il sugo alla bolognese. Doveva bollire a fuoco lento non meno di tre ore. Quando, all’età di trent’anni, provai a mettere quei consigli in pratica, mi ritrovai con un pastone bruciacchiato e con il fondo della pentola definitivamente compromesso. Forse non avevo seguito attentamente la procedura, distratto com’ero dalle ragazze.

 

 

Ce n’erano di carine nella nostra classe ed il principale esercizio erotico, oltre a quello praticato in solitudine privata, era il palpare. Durante l’intervallo, i più arditi, svolgevano dei veri e propri assalti. Le spingevano contro i cappotti allineati sugli attaccapanni e recitavano scene erotiche fantastiche tra grida di terrore o risatine compiaciute di quelle più emancipate. Un bidello dalla testa calva, che aveva fatto il militare in epoca fascista, interveniva a riportare l’ordine ma certe volte non disdegnava di allungare le mani, sempre però nell’ottica dell’ordine da restaurare. All’età di quattordici anni cominciai a fumare. Comprai un pacchetto di Presidente dal distributore automatico e assieme al mio amico Roberto, detto Aguirre, Furore di Dio, ci facemmo una capanna di sterpi in mezzo ai campi e lì andavamo a fumare. Non c’erano divieti, anche i miei zii fumavano, ma quando mio padre scoprì un pacchetto di MS da dieci nascosto in garage mi diede un paio di sberle. Da quel giorno non ha smesso di tormentarmi come una tortura cinese. Io solo oggi, che ho quarantatre anni, sono sul punto di cedere. Hai vinto, babbo.

 

 

Quando venne il momento di decidere la scuola superiore da intraprendere, i miei mi mandarono ad un istituto tecnico, come del resto tutti gli altri. Era il suggerimento degli insegnanti della Media, anche se ogni ordine era aperto alla scelta personale. Forse il Prof. Rocca non era intervenuto, forse il fatto che le industrie locali erano le principali committenti di personale, venni indirizzato alla Meccanica. La scuola è sempre stata in mano a deficenti, nulla è cambiato. Perché non si guarda in faccia alle persone? Quell’estate conobbi Lorena. Era una bambina di quattordici anni, graziosa, bionda, con gli occhi azzurri, con un sorriso lucente stampato sul volto, un volto radioso, chiaro, di pesca. Era cliente della macelleria dove quell’estate andai a fare il garzone. Il pomeriggio ci incontravamo in piscina ed io facevo un po’ il bulletto sul mio Mister College Prototipo, un motorino che mi aveva regalato la mamma. Non credo di averla nemmeno baciata; certo mi sembrava impossibile che una ragazza potesse essere interessata alla mia persona ed io sinceramente non sapevo da dove cominciasse l’amore. La storia finì alla ripresa scolastica tra emozioni e improvvisi rossori, ma il bel ricordo non è mai cessato.

 

 

Le scuole superiori erano un altro mondo, erano le scuole di città, con gente proveniente da i più diversi posti, dalle storie più disparate. Casalecchio era abitata da gente proveniente, più o meno, dallo stesso ambiente sociale. Era gente di montagna, di campagna, uomini e donne che si erano trasferiti in città al termine della guerra in cerca di lavoro in una delle fabbriche che stavano nascendo. Era gente che aveva patito la fame, la miseria più nera, la perdita dei propri cari durante il conflitto, gente che parlava il dialetto e che non aveva studiato e non possedeva ne la televisione, ne il telefono. Si acquistava a rate la prima cinquecento e la domenica andavamo a trovare i parenti.

 

 

Alle scuole di città, del centro, il mare si allargava. Potevi incontrare figli di emigrati meridionali, stranieri, gente di colore diverso dal tuo, potevi incontrare i rampolli della borghesia bolognese, ragazzetti tutti strafottenti e azzimati, pieni di fisime che ti guardavano dall’alto al basso come se fossi sudicio. Veramente loro non facevano le scuole tecniche, ma venivano indirizzati al Liceo. Ma i nostri padri, in risposta responsabile e ponderata, dicevano che a fare il Liceo si perdevano cinque anni di tempo a studiare Latino e Greco, Matematica e Scienze, mentre invece era molto meglio imparare un mestiere o fare un corso di Libri Paga…La nostra inferiorità si esprimeva anche nelle nostre scelte.In un ambiente relativamente asfittico, si cresceva, si giocava a calcio, si sognava, si osservava gli altri più svegli e ci si adeguava.

 

 

Mi piaceva vestire alla moda, con jeans Sisley, con le “fanghe”di Franco, e mi atteggiavo anch’io a fare il”fighetto”. Andavo in discoteca al Ciak e compravo Uomo Vogue ; nei momenti di tristezza leggevo i fotoromanzi di Franco Gasparri e volevo diventare bello come lui per avere molte donne. Al Bar, chi aveva provato la sensazione di un rapporto sessuale completo con una ragazza raccontava meraviglie, e c’era anche chi di donne ne prendeva magicamente una via l’altra. Dei veri fenomeni che mi incantavano e che mi sembra, se frugo nella memoria, distinguere ancora oggi. Mi sembra di vederli col loro fare un po’ donchisciottesco, quell’aria da marionette che attraversano il tempo nel gesto di una posa ossificata, nello svolgimento esclusivo di una direzione.Si nutrivano di liquori, di sigarette, di pomeriggi al Bar, di sfottimenti, di fantasiose cacce, di prestazioni eccezionali, di gioco del biliardo, di noiosissime partite a carte. Le spose con le tette all’aria negli assolati paludamenti d’estate, le spose emiliane, passavano sculettando davanti alla schiera dei vitelloni al bar, e ridacchiavano sotto i baffi mentre rifilavano splendidi scapaccioni ai figli un po’ tonti ed imbranati che portavano lenti spesse e venivano rimandati in Applicazioni Tecniche. ….

 

 

Per mantenere queste vanità modaiole, il sabato e la domenica cominciai a lavorare presso l’ambiente un po’ esclusivo del circolo del Tiro a Volo. Era frequentato da ricconi con il ventre debordante e da nuovi ricchi che il recente risveglio economico aveva beneficato. C’erano nobili, professionisti di vaglia, professori universitari. Facevo i lavoretti che fa un piccolo servitore, andavo a raccattare piccioni morti, caricavo pile di piattelli, verniciavo cassette. Col tempo sono diventato uno speaker delle gare molto bravo e lavorai anche ai Campionati Mondiali . Quel piccolo mondo a parte fatto di maggiordomi, di automobili luccicanti, di partite a canasta e di splendide donne sofisticate, rispetto al mio piccolissimo, aveva il vantaggio di insegnarti alcune cose della vita che è sempre meglio sapere. Entravano in scena dei veri ricchi e, a volte, indulgevi a specchiarli, li ponevi a modello. Allora il sentimento della vita, sollevato dalle necessità economiche primarie, si faceva quasi più metafisico, acquisiva un valenza esistenziale. Mah..!!

 

 

In questo periodo la mamma si ammalò. Una malattia grave, per cui si temette anche per la sua vita. Con le cure che si praticavano in quel periodo trovò un sollievo, ma il male doveva ritornare più avanti. Per fortuna si è risolto tutto bene. Tocchiamo ferro. Comunque nessuno di noi pensava che la mamma se ne potesse andare. Era al centro delle nostre necessità, la loro fonte primaria di soddisfazione. Benedetta sia anche la vocazione che l’ha voluta a condividere la nostra esistenza come la più cara delle madri. E in bocca al lupo.

 

 

A scuola si perdeva tempo, non c’erano soddisfazioni personali, non c’era creatività, non si prendevano decisioni, non si produceva nulla di buono. Inoltre forti tensioni sociali percorrevano il corpo cittadino e scolastico. Nella mia scuola si lanciavano le cattedre dalle finestre, si bruciavano i registri, si distruggevano i laboratori. Io andavo alle manifestazioni di piazza con gli operai, con gli studenti universitari e i bersagli dei nostri insulti, nel nome di un comunismo utopico, erano gli eterni governi democristiani, Cossiga, Andreotti. Oltre alle manifestazioni politiche, Lotta Continua, Potere Operaio, non disdegnavo le partite di biliardo, così che obiettivamente il tempo trascorso in classe era scarso. Fui bocciato in terza, giustamente. Per la Meccanica non avevo che un debole interesse.

 

 

Una risposta al disagio di quegli anni non venne dalla politica, bensì dalla discoteca. Stava partendo il cosiddetto riflusso dalla partecipazione politica, e le persone si rifugiavano nel privato dei loro interessi semplici come risposta alla crisi del sociale. Non sono sicuro di ricordare bene ma mi sembra che l’inflazione avesse raggiunto il livello del venti percento e l’economia fosse attraversata dai grandi scandali delle industrie statali ed anche dal tentativo di colpo di Stato del Gen. De Lorenzo denunciato da Eugenio Scalfari. Camilla Cederna costringeva alle dimissioni il Presidente della Repubblica ed io andavo al Ciak con i ragazzi della compagnia della baracchina .

 

 

La febbre del sabato sera si curava al Ciak. C’erano le ragazze più belle di Bologna, la musica d’importazione direttamente dagli Stati Uniti d’America, luci sofisticate, tecniche di diffusione sonora all’avanguardia. Un altro mondo, dove si poteva fumare in pace, baciare le ragazze arrotolandosi dentro cascanti tende di velluto, guardare pettinature, scarpe, vestiti, sparare malignità e farsi guardare. La musica alta, oltre a fare barriera per rifugio di nuove sensualità, non consentiva molto altro, e del resto noi non avevamo granché da dire. Inizia un periodo di allegra illusione, di sorridente e sorda ignoranza, la città dell’anima viene esplorata partendo dalla sua periferia anonima e industriale, ma di ciò avrò coscienza solo più tardi.

 

 

La musica da discoteca mi piaceva veramente. Acquistavo le ultime novità e restavo sveglio alla notte per ascoltare le trasmissioni musicali dei più famosi disc-jockey a Radio Montecarlo, a Radio Lussemburgo, alla Rai, e ne scimmiottavo la voce, il gergo, gli atteggiamenti. Quasi clandestine, nascevano allora le prime radio private o, come si diceva, libere. Libertà veramente non praticata, perché, a parte il caso di Radio Alice che si spingeva a raccontare gli spostamenti della Polizia durante le manifestazioni, o le imprese degli alternativi mentre praticavano coiti in diretta, le altre imitavano il modello della radiodiffusione pubblica; e le copie che ne risultavano erano deprimenti. Al bar, dove trascorrevo la maggior parte del tempo, conobbi Stefano Scandolara, un tipo simpatico che scriveva canzoni per Mina, la Vanoni, il quale mi fece conoscere Tarantini, un radioamatore solitario e ingegnoso, che aveva installato un’antenna e trasmetteva musica balcanica da un vecchia villa diroccata sulle colline della Croara, a Bologna. Cercavano gente giovane per fare nuovi programmi. La chiamavano la casa degli spiriti: indizi di messe nere e pratiche religiose proibite spuntavano bruciacchiate tra i ruderi e le erbacce: era la casa di Radio Bologna Notizie.

 

 

Una svolta alla mia vita impresse quell’incontro. Tutti i complessi di inferiorità, le debolezze, le ignoranze, i lacrimanti bisogni che avevano contristato il mio passato, ripiegavano nell’ombra. Ero un disc-jockey. Sul palco, sotto l’occhio brillante del riflettore, c’era la mia nuova voce, calda, sensuale anche se un po’ fessa, che metteva in scena una bonarietà sempliciotta, facilona, che faceva l’americana, la spigliata sorridente, ma soprattutto c’era la disco-dance, leggera e spensierata come una frizzante coppa di Champagne, c’era un nuovo ottimismo. Ricevevo letterine di ammiratrici, attestazioni di stima inaspettate, avevo spasimanti bellissime che, altrimenti, non avrei mai saputo conquistare. Ogni giorno si facevano nuove conoscenze, ogni giorno c’era una città da far divertire, da far giocare, da rilassare, da innamorare con la musica giusta e la giusta situazione. Conobbi tanti artisti che diventarono famosi o si dannavano per diventarlo proprio in quegli anni: Gianna Nannini, Vasco Rossi, Umberto Tozzi, Renato Zero; ogni tanto passava da noi Lucio Dalla, e ci divertivamo sempre moltissimo con Giancarlo e Miki, i disc-jokey del Ciak, che mi avevano introdotto nel mondo delle discoteche e mi facevano fare delle serate retribuite.

 

 

Dopo Radio Bologna Notizie lavorai a TeleRadio Bologna e a Punto Radio. Mi ubriacai di quel mondo, ne ero come drogato, tra le paludi della identità era affondata una nave ed io ero quel relitto. Quando si è giovani bisogna studiare molto, faticare, aprirsi all’esperienza e superare ogni genere di difficoltà per fortificarsi, per crescere sani e robusti. Io diventavo ogni giorno più fragile, molle, prigioniero di quel fallace successo pubblico, chiuso in un narcisismo vacuo. Mi ero lanciato come Icaro in una impresa empia, quella di fare piazza pulita di tutte le ombre dell’anima, attratto dalla bellezza del Sole, ma ora le mie ali si scioglievano, ora, a terra disteso, bevevo da una fonte velenosa; avevo acquisito una falsa percezione di me stesso che presto sarebbe sbocciata in crisi.

 

 

Non grave, ma crisi autentica. A una scuola privata, per puro caso, riuscii a diplomarmi geometra assicurando la commissione esaminatrice che mai e poi mai avrei fatto quel mestiere. Bisognava pensare al futuro. I miei compagni, giudiziosi e determinati, interrogavano i parroci e sceglievano le strade della professione, si fidanzavano con le ragazze che io scartavo in discoteca e prolificavano. Io interrogai una maga e, quando mi disse che il mio futuro sarebbe stato nel cinema, le credetti.

 

 

Primo: per fare cinema come lo intendo io bisogna essere colti, avere senso estetico, intelligenza acuta, bisognava saper recitare e scrivere, dirigere attori. Io abitavo agli antipodi: non avevo letto che un paio di romanzi in vita mia, non ero molto intelligente e che avessi un minimo di senso estetico era da dimostrare. Però amavo il cinema. A Ottobre mi iscrissi alla Facoltà di Lettere incurante delle conseguenze che una scelta del genere, se portata a compimento, poteva comportare. Giusta la profezia, volevo diventare un grande regista ma prima bisognava debellare l’ignoranza con solidi studi. Iniziò così un periodo di studio matto e disperato. Avevo lasciato le discoteche e mi ero ritirato in un luogo romito, nutrendomi solo di bacche e latte di capra; la mia sola ossessione era il cinema, e una fame divorante, onnivora, di sapere, di cultura. Io che sapevo appena la grammatica, quando non leggevo i classici della letteratura frequentavo malinconici cineclub.. Mi piacevano Fellini, Antonioni, Bergman, Visconti, Fassbinder, Moretti: certe volte parlavo con loro di notte in sogno, ma volentieri anche di giorno, da solo, in strada. Verso Febbraio dell’anno successivo chiesi aiuto all’analista.

 

 

Dall’analista non persi molto tempo. Era bravo e, invece di ricorrere ai farmaci, mi insegnò il training autogeno, la pratica respiratoria che aiuta a rilassarsi e a ritrovare la concentrazione. Inoltre mi aiutavo con letture di libri di psicologia e, dunque, oltre a quel bravo dottore, va a Carl Gustav Jung il merito di avermi salvato da certe fobie. In quel periodo ebbi anche una storia d’amore che durò più a lungo del solito, con la presentazione ufficiale ai genitori di lei, le visite ai parenti, i regalini..quando vi sposate, quando avrete dei figli..io mi sentivo single nell’anima anche se sapevo amare, provare il fuoco della passione, soffrire. Mi dispiace Patri, ma non so che dire. Gli esami all’Università, pur con la fatica di dover fare ogni volta tutte le cose partendo dall’inizio, procedevano. Avevo fatto la conoscenza di un gruppo di amici molto studiosi e brillanti. Assieme a Paolo, Gabri, Chiara, Giuseppe, Caterina, Andrea, Teresa stavamo bene e andavamo alle conferenze, ai concerti, ai musei, al cinema. Non perdevamo una lezione di Raimondi, il nostro maestro, ma anche di Volpe, Guinzburg, Traina, Eco. L’Università non costruiva solo una professione, ma diventava anche una avventura dell’intelletto,una impresa conoscitiva che dava un possibile senso alla nostra crescita e, in generale, alla nostra vita.

 

 

Mi sono laureato in Letteratura Umanistica con l’ottimo Prof. Gian Mario Anselmi discutendo una tesi sulla Cronica di Anonimo Romano, un testo del trecento molto interessante nel quale si narravano, tra l’altro, le imprese di Cola di Rienzo, in una lingua volgare medio - centrale molto vivace e colorita. Ricordo la tesi come la cosa più interessante di quel periodo. Frequentavo le biblioteche d’Italia, scrivevo, facevo ricerche che non erano state tentate prima, insomma cominciavo a mettere all’opera il duro lavoro dell’apprendimento compiuto. Il risultato fu soddisfacente e mi laureai il 25 novembre 1983 con 110/110. Potevo dirmi soddisfatto, congratulare me stesso oltre agli amici che mi hanno aiutato a superare le difficoltà, perché alla partenza del percorso universitario mi ero presentato come un assoluto novellino. Ora sapevo la Grammatica, la Poetica, la Retorica e un claudicante Latino. Subito dopo la tesi ebbi anche la possibilità di collaborare ad una importante pubblicanda Storia del Cinema. Facevo delle schede di autori, compilavo delle bibliografie, andavo al cinema. La vita cominciava a prendere forma.Ma mi chiamarono a fare il servizio militare dopo appena un mese. Avevo ventisei anni. Destinazione Albenga, Centro Addestramento Reclute Bersaglieri.

 

 

Il servizio militare così come l’ho fatto non è servito assolutamente a nulla. Mi avessero insegnato la nobile arte della guerra, le armi, le tecniche, le strategie, direi diversamente, ma fatto come si faceva in quel periodo, da soldato semplice, non serviva assolutamente a nulla. Una grave perdita di tempo: marce, vuote giornate a guardare il nulla, nonnismo. Dopo Albenga venni inviato in Friuli a Sequals: peggio che peggio. Qui venni raggiunto dalla notizia della morte di mio nonno, la persona che aveva guidato, accompagnato con amore e affetto tutta la mia infanzia, la mia giovinezza. Provo ancora oggi un groppo allo stomaco mentre lo saluto. Dopo un mese fui trasferito ad una caserma di Bologna dove più agevolmente cercai di organizzarmi. Ebbi modo di conoscere il Generale Marchi, Comandante di Brigata, un grande uomo, che mi diede la possibilità di dedicarmi agli studi e di svolgere una attività più consona al mio curriculum. Mi aiutò anche a lavorare nel giornalismo. Non si è fatto nulla, ma lo ringrazio sentitamente.

 

 

Al termine del servizio militare feci qualche articolo per “Il Resto del Carlino”, il quotidiano nazionale, ma sinceramente non mi vedevo nella parte. Il giornale trombetta compiacente, riverente, mieloso non fa per me. Io credo che oggi ci sia il problema dell’informazione e mi piacerebbe offrire il mio contributo, ma le scuole di giornalismo, le redazioni, lo stesso Ordine dei giornalisti sono come fortini asserragliati nel deserto, come ignari di una realtà molto più sorprendente e complessa di quanto loro siano in grado di raccontare. Certo il controllo dell’informazione vuol dire anche potere, la politica, il governo della polis, ma io credo che l’unica città che valga la pena di governare sia quella dell’anima e su questo territorio, se Dio vuole, fino ad oggi non s’è visto nessuno che possa dirsi signore. Anche perché nessuno, per citare un saggio greco, conosce i confini dell’anima, sia quelli che si estendono nello spazio, che quelli nel tempo o chissà quale altra dimensione.

 

 

Dato che non mi andava di fare l’insegnante volli provare in Rai. Allora la Rai sosteneva artisti, scrittori, registi, sceneggiatori, era un centro di produzione dove transitavano tante belle teste e tutto ciò poteva servire al mio fine. La televisione mi piace; è fenomenale nel fare realismo, nel raccontare lo sport, è stata la mia balia da bambino. Nella nostra famiglia era sempre accesa e la nonna addirittura teneva una conversazione tutta personale con Emilio Fede. Parlava con lui mentre presentava il telegiornale cosicché non si capiva mai niente. Quando mi presentai all’ingresso della sede locale di Via Alessandrini un corpulento usciere mi fece compilare un modulo e, in tutta confidenza, accennò al fatto che occorreva essere raccomandati, avere padrini politici, altrimenti la pratica sarebbe caduta nel vuoto. Nel vuoto caddi lo stesso, nel vuoto caddi cercando un padrino politico.

 

 

Era l’onorevole XXXXX, democristiano, amico di amici, in passato anche consigliere di amministrazione Rai. Mi indirizzò al suo amico capo struttura, socialista, il dottor YYYYY, il quale dopo un breve colloquio mi fece stendere il progetto di alcuni possibili programmi radiofonici. Ne scelse uno sulla vita notturna bolognese. Il titolo si ispirava ad un film di Iosseliani: I Favoriti della Luna: dovevo fare una inchiesta in tredici puntate sulla dolce vita a Bologna. Iniziai a Maggio. Lavorai sodo per un mese. Il programma era carino. Lo conservano le teche. Bello il palcoscenico. Belli gli applausi. La struttura programmi della sede regionale chiuse dopo un mese. A Bologna restava una redazione giornalistica ma non un centro di produzione. Sfiga.

 

 

Nei due anni successivi feci il supplente di Italiano e Latino, sognai, scrissi molte cose che non pubblicai e mandai una mia opera, un raccontino giallo di quindici cartelle al Concorso del MystFest di Cattolica, dove si teneva un festival dedicato al genere giallo, al mistero. Non vinsi. Si intitolava La Regina delle Nevi e raccontava di un giovane scrittore narcisista e talentuoso e di un ragazza che non riusciva a smettere di drogarsi. Un po’ di confusione, ma c’era qualcosa di buono e i miei amici lo trovarono non male come prima prova. Provai anche con il teatro.

 

 

Era una piccola compagnia di ragazzi diretta da una mia amica. Facemmo delle piccole cose shakespeareane e le presentammo alle Feste Medievali di Brisighella. Teatro in piazza, tra la gente, sulle panche dei banchetti, sui bordi delle fontane. Benino, applausi. Il teatro è un’arte perfetta ed è un peccato che sia tenuto così in discredito nel gusto collettivo italico. Bisogna insegnarlo a scuola, così anche i ragazzi più reticenti bevono la medicina a volte amara della Letteratura. Il teatro è letteratura pura.

 

In questo periodo feci anche una interessante esperienza di venditore porta a porta per la Vorwerk Folletto, aspirapolvere, scope elettriche etc. Molte porte sbattute in faccia senza ragione, molta rabbia, poco denaro, ma esperienza importante. Bisognava vendere la propria credibilità nei primi venti secondi di contatto con le persone, bisognava mostrarsi la persona giusta al momento giusto in grado di risolvere il loro problema terribilmente importante. Bisognava interpretare una parte e fare un lavoro su di sé del tutto simile a quello di Stanislavskij. Dopo due mesi di recita sempre uguale mi stancai. Vieni, vieni, vieni via con me - una voce mi diceva…andiamo a Roma, cerchiamo una vita migliore…

 

 

A Roma non avevo nessuno, non avevo amici, ma mi tuffai nel gran mare senza troppo pensare. Gli unici contatti che avevo erano quelli con Pupi Avati, il regista, al quale avevo mandato il mio raccontino giallo ottenendone un complimento di risposta, ed il capostruttura Rai di Bologna, che era stato trasferito nella capitale e impacchettato in un ufficietto grigio e sordido di Viale Mazzini. Con mia sorpresa mi ricevette, scoprii che mi stimava e mi aiutò a trovare posto alla Radio, Radio Due, ma a partire da settembre; eravamo solo a marzo. Per riempire quel buco frequentai un corso di sceneggiatura diretto da Ugo Pirro presso la celebre libreria dello Spettacolo in via di Monte Brianzo. Un ambiente stimolante, si parlava di cinema, si scriveva, conoscevo della gente finalmente, dopo un lungo e triste vagare tra camerette in affitto e noiose passeggiate solitarie nella foresta urbana. Qui conobbi Gabri, una bella ragazza di Cagliari, fuggita di casa, che, dopo aver fatto tutti i mestieri e girato l’Europa, si era trasferita a Roma. Ci mettemmo assieme e passammo dei bellissimi momenti. Aveva una sensibilità alla vita tutta particolare; non ne ho più incontrate di donne così, capaci di costruire un mondo a partire dal proprio se; quasi tutte fanno il contrario, fanno le concubine in ambienti costruiti da altri. Ciao bella…

 

 

A Radio Due lavorai al programma di cronaca “Il Pomeriggio”, un cosiddetto contenitore di notizie varie, di cronache e rubriche che andava sulle onde medie per tre ore il pomeriggio. Al di la dell’ignoranza del capostruttura che lo progettava e della caporedattrice che ne eseguiva i comandi, coi quali purtroppo mi trovai subito in contrasto ( ma, devo ammettere, per presunzione mia ) , era piacevole andare in giro per l’Italia a farsi raccontare fatti ed eventi che sfuggivano all’occhio ciclopico dei grandi mediatori nazionali. Prendevamo le notizie dai giornali locali ed avevamo un occhio di riguardo alle curiosità, ai problemi ambientali, ai fatti di cultura non specialistica. Assieme a Gian Luigi Rondi, che teneva una rubrica di critica cinematografica, mi occupai inoltre di cinema e insomma cominciavo a stendere quei fili per organizzare il futuro che una tempesta, di li a poco, avrebbe distrutto.

 

 

Era una domenica del dicembre ’88. Largo di Santa Susanna, vicino alla Fontana dei Tre Fiumi. Attraversai la strada ed un auto, guidata da un ragazzo che aveva preso la patente da appena una settimana, mi investì. Fui sbalzato in alto per una decina di metri oltre un marciapiede che partisce le due corsie e caddi a terra come un corpo morto cade. Non davo segni di vita. Poi ripresi conoscenza. Il braccio sinistro mi faceva male, era immobile, tutto scavallato. Frattura scomposta all’omero. Il resto, per fortuna, a parte qualche escoriazione, andava bene. Al Policlinico mi consigliarono di ritornarmene a Bologna, all’Istituto Rizzoli, dove mi avrebbero curato bene. Io avevo un biglietto aereo per Bologna prenotato per il giorno successivo, dove avrei dovuto fare un paio di servizi. Passai una notte insonne da Gabri, poi la mattina ritornai a casa. Restai con il braccio immobile due mesi e altro tempo impiegai per le necessarie cure. Proprio mentre stavo iniziando a fare qualcosa veniva una tempesta a scompaginare i miei progetti.

 

 

Le difficoltà, se ragiono con la mente oggi, sono il motore della vita, le difficoltà sono occasioni in cui provare la nostra nobiltà, per dirla con Dante. Io, allora, in seguito a quell’incidente, entrai in crisi…ero bravo, facevo dei buoni servizi, scrivevo delle belle cose, ma in Rai ognuno coltiva il proprio orticello e, se vuoi lavorare, devi conoscere le persone che comandano, le quali a loro volta cambiano con il mutare delle condizioni politiche. Non si ragiona con spirito d’azienda. Tante belle persone, intelligenze, si sono perse, è andato perduto il loro talento perché non c’era nessuno che avesse voglia di valutarlo, di farlo crescere…..

 

 

Di nuovo a Roma dopo sei mesi, riuscii a trovare un contrattino di programmista-regista presso Radio Uno, in un programma che si chiamava “Saper dovreste” e che trattava di musica lirica. Lunghe giornate strascicate a scaldare scrivanie, a ripetere banalità al telefono, agli amici. Al termine del contratto cercai di trovarne un’altro presso la Rai Corporation di New York. Volevo emigrare, rilanciare la posta in gioco della vita, dare un senso all’esistenza. Volevo fare un corso di regia al prestigioso Film Institute della New York University ma non conclusi nulla, anzi fui blandito inutilmente dai miei stessi protettori che non mantennero le promesse e mi fecero perdere tempo. Che andassero al diavolo…per giunta l’assicurazione che doveva risarcirmi il sinistro fece un ricorso, fece sostenere al mio investitore tante false ragioni ed il processo a distanza di tredici anni dura ancora.

 

 

Non avendo denaro ed essendomi stufato di una grande città come Roma ritornai a Bologna.

 

Da un lavoretto all’altro, ma ormai scaltrito su come funzionavano le cose della vita, trovai una strada in politica. L’on. Gian Carlo Tesini, democristiano, era stato fatto Ministro dei Trasporti e della Marina Mercantile nel primo Governo Amato e stava cercando collaboratori. Era un momento difficile per l’Italia perché era scoppiato lo scandalo di tangentopoli che metteva sotto accusa una intera classe politica. Accettai un impiego a tempo determinato presso la segreteria bolognese anche perché lo stesso Ministro mi promise un costruttivo interessamento per un futuro in Rai. Ragionando con Machiavelli adattai i mezzi ai fini e accettai l’incarico turandomi il naso. Il mio senso della verità, verità liberale democratica e dunque sostanzialmente in linea con la politica dell’onorevole, doveva pazientare ancora poco, ma prima o poi, mi illudevo, sarebbe arrivato il suo momento. Mi disposi umilmente a quel servizio di pubbliche relazioni, di chiacchiere e menzogne come un servitore egizio dentro la tomba di un faraone. Quando il governo Amato cadde, nel fuggi fuggi generale, scoprii di essere stato preso in giro un’altra volta.

 

 

I governi democratici si reggono sulla retorica, sull’arte della parola, sulla dialettica e anche sulla menzogna….io muto servitore egizio, io bisognoso bimbo bulgaro, mi trovai spaesato. Ma dovevo rispondere alla sorte. Sentivo un confuso impulso a rafforzarmi, dovevo pensare anche a fare denaro, cercare di avviare una attività imprenditoriale, mettere su qualcosa di mio. Feci un corso per Agenti – Rappresentanti alla Camera di Commercio, poi partecipai ad una selezione presso Programma Italia, la società finanziaria del gruppo Fininvest e venni assunto come praticante Promotore Finanziario. Passavo le giornate al telefono cercando di vendere pensioni integrative ed altri prodotti finanziari. Facevo corsi, riunioni, meeting; studiavo per fare l’esame di promotore finanziario. Era un mondo nuovo, per certi versi noioso, per altri entusiasmante. Poi un giorno litigai col mio capo e rassegnai le dimissioni. Aveva ragione lui a dire che dovevo cambiare il mio atteggiamento verso quella attività, dovevo dedicarmi totalmente ad essa. Io del resto pensavo al cinema, alle sceneggiature e comunque, non me lo volevo sentir dire, o meglio non accettavo quel tono insultante da padrone che mi diceva quello che dovevo fare, anche se si trattava di verità. La dignità, l’onore, vogliono il loro credito.

 

 

Nello stesso anno tentai un corso in Regione assieme a circa tremila altre persone. C’erano dieci posti di lavoro in palio. Mi classificai entro i primi cento ma giurai a me stesso che in futuro avrei cercato di combattere questo modo sindacale di intendere il lavoro. Il lavoro non può essere considerato una variabile a se stante dell’agire umano, ma va visto come variabile della personalità. La persona umana non può essere oggetto di contrattazione nelle mani di un coglione sindacalista. Viva la libertà, viva la diversità delle persone, le loro debolezze, le loro incredibili qualità… che vanno valutate attentamente e non scannerizzate con quiz imbecilli e di dubbia scientificità. Il lavoro, il fare ci miglioreranno, ma i tempi ed i modi non li stabilirete, non li pianificherete collettivamente voi, diobono.

 

 

Rispondendo ad un annuncio sul giornale trovai impiego presso l’Ufficio stampa di una associazione di produttori di GPL, il gas di petrolio liquefatto che di tanto in tanto, si legge sul giornale, fa saltare in aria qualche garage o il serbatoio di qualche automobile. Trascorrevo tutto il tempo a scrivere articoli, comunicati stampa, redigere questionari. Una meraviglia per me iniziare la giornata al computer e terminarla la sera non ancora esausto rovistando tra le parole, provando le idee, sperimentando i concetti, anche se si trattava di un mondo diverso dal mio. Inoltre c’erano diverse belle ragazze in quell’ufficio, e la cosa non guasta.

 

 

Dato che si trattava di un contratto a tempo determinato fui felice quando, ormai al termine, il mio amico Alessandro Cogolo, da Roma, Rai Tre, mi disse che era riuscito a trovarmene uno presso la redazione di un programma di imminente partenza. Era “Qualcuno mi può giudicare” di Caterina Caselli. Contratto abbastanza breve come programmista – regista ma con la possibilità di scrivere testi. Con tutto il corredo degli scenari possibili infarcivo il futuro. Allettante la prospettiva di ritornare a Roma, di riprovare. In realtà fui impiegato alle pubbliche relazioni, io dico a fare, sia detto con tutto il rispetto, la segretaria. Inoltre mi trovai a disagio con alcune persone che dovevano guidare il team e non sapevano nemmeno controllare se stesse. Il programma è andato male. Costava ottocento milioni circa a puntata, gli autori ed i dirigenti gente da carcerare e io sinceramente mi sono rotto le scatole.

 

 

Sempre più in balia dei venti di un destino al quale mi sentivo estraneo, ma al quale mi sottomettevo con pazienza, ritornai a Bologna, a fare il rappresentante e lavorai come agente presso una ditta che produceva Software per commercianti e collegamenti in rete, e per un'altra che vendeva spazi pubblicitari su guide della città. Attività alimentari, per tirare avanti, ma con deboli prospettive per il futuro. Feci domande alle scuole private, mandai in giro o portai personalmente, non so quanti curricola. Ad anno scolastico iniziato l’Istituto Professionale per Odontotecnici “Leone Dehon” mi chiamò a sostituire un professore di Italiano e Storia che se ne era andato. Siamo nel Ottobre 1998. Un sospiro di sollievo.

 

 

Insegnare non è facile; è un mestiere pericoloso. Se è vero che il nostro studente preferito è lo studente che siamo stati, la sua proiezione, nella quale anche misuriamo l’efficacia di un relazione didattica, è altrettanto vero che ogni insegnante, se non vuole restare schiacciato, chiuso in questo ruolo, deve sforzarsi di oltrepassare questo castello, per orientarsi verso le infinite varietà dell’umana percezione con spirito dialogante e apertura educativa. L’esperienza al Dehon mi ha insegnato che occorrono tanti stili didattici quanti sono gli studenti e che l’insegnante comunque non può essere un giudice con la spada in mano. Mestiere non facile. Ricco di sfumature. Si guadagna poco. Non male. Oggi l’istituto professionale per odontotecnici ha chiuso. I frati dehoniani hanno intrapreso un altro orientamento e hanno chiuso la nostra scuola. Mi trovavo bene con gli insegnanti, con un Preside di vaglia come Dario De Tomasi. Peccato. Le cose belle non durano: è la lezione di questo mio percorso, no?

 

 

Con la chiusura della scuola avvenuta il luglio scorso termina anche questa piccola autobiografia. Tra qualche mese compirò quarantaquattro anni, e, sinceramente non mi riesce di capire cosa farò in futuro. Passo le giornate a dipingere, la mia passione preferita…e fumo sigari toscani incantato dal silenzio mistico di questo ferragosto in città. Se guardo indietro, se ripenso al ritratto che ho dato di me stesso in queste pagine o quello che potrei fare con il pennello ed i colori, insomma se guardo oggi al passato vedo un uomo in grigio che attraversato la vita nel silenzio, nell’ombra, un uomo con una valigia carica di tante amarezze, malinconie, paure, dubbi, impedimenti. Certo, da qualche angolo del paesaggio vengono luci brillanti, sfavillanti bagliori, momenti di gioia, attimi di felicità, la meraviglia dell’amore, ma nel complesso il quadro che mi riguarda e intinto nei colori bruni dell’ombra, della tristezza. Io credo, giusto il mito, che con la nascita abbiamo perduto il nostro stato di perfezione, che siamo angeli caduti dall’eterno e ancora lunga e faticosa è la strada per la nostra redenzione. Tuttavia, per quanto infelice e gonfio di nostalgia possa essere il percorso varrà sempre la pena di averlo vissuto, di viverlo, di sperimentarne le mutevoli possibilità avventurandosi nel suo labirinto, perché tanto maggiore sarà la ricompensa se non ci sottrarremo al nostro compito e sapremo sciogliere i mille nodi in cui si contorce il nostro bene. Mi auguro che domani il dolore non ci trovi più come muti suoi alleati.

 

 

 

A mio padre

 

VIVERE LA SAGGEZZA

 

GLI AFORISMI DI SCHOPENHAUER

 

MAURO CONTI

 

 

Facere docet philosophia, non dicere.

 

Seneca, Ep. 20, 2

 

 

Rileggere gli Aforismi di Schopenhauer oggi, a circa cento cinquant’anni dalla loro pubblicazione, quando vennero raccolti all’interno del volume Parerga e Paralipomena, potrebbe risultare pleonastico, inutile o – peggio – una concessione tutt’altro che saggia a una tendenza, a un modus del presente. Di consigli per il bene vivere sono stracolmi gli scaffali della nostra esperienza, così come le pagine dei giornali che ci rubano tempo sui crocicchi polverosi e semaforati della quotidianità. Se tuttavia l’avventurato lettore sarà così tenace da non scoraggiarsi di fronte a una così disancorata proliferazione di suggestioni vaporose e ingombranti, per lui si potrebbe aprire una nuova esperienza, e un nuovo grado della riflessione potrebbe dischiudersi in direzione della saggezza, della prova del vivere saggio.

 

Vivere la saggezza è un progetto che, prima o poi, va concepito nel percorso esistenziale di ogni essere umano, è un sentiero che chiede di essere illuminato accanto a quelli pur legittimi e immaginosi che guidano, a volte languidamente, i pensieri di tutti. Abitare la saggezza significa essere il gesto che illumina i luoghi dolorosi della nostra soggettività, significa identificarsi empaticamente con la sapienza del mondo e con la salute che scaturisce dal contatto.

 

Del resto, considerare la saggezza come una costruzione da compiersi, un percorso da misurare e dunque intendere la filosofia come pratica di vita quotidiana risulta, ad esempio, costantemente nell’opera di un insigne storico della filosofia antica, Pierre Hadot[1]. In generale, si può dire che codesto soggetto rappresenta il tema operativo dominante che sorge con l’apparire della coscienza nell’umano, e non c’è individuo che non ne abbia sentito l’attrazione o non ne abbia ripercorso le problematiche, pure attraverso quelle mediazioni “d’autore” – di esso, com’è noto, si sono occupati tutti i filosofi maggiori – che sono poi passate nella mentalità collettiva.

 

La consuetudine di Arthur Schopenhauer con i temi della meditazione sulla felicità, sulla saggezza del vivere era di lunga data. Già a partire dal 1814 si trovano diverse annotazioni al riguardo[2] e, fra le molteplici carte inedite che rappresentano un lascito decisivo dello scrittore, nonché nel vasto materiale di quaderni, fascicoli e appunti sparsi, vergati in una grafia non sempre comprensibile anche dagli specialisti, siffatta problematica ricorre con una certa insistenza. Insomma, il filosofo del pessimismo, della finitudine umana oscillante tra noia e dolore, riteneva che, comunque, con gli strumenti dell’intelligenza, prezioso dono della Natura, l’uomo potesse di fatto lenire la sofferenza, e così conciliarsi nell’assenza di dolore. «Dal momento che solo l’intuire rende felici – scriveva il filosofo, allora ventiseienne – e tutto il tormento sta nel volere (ma, tuttavia, fino a che il corpo vive è impossibile un totale non volere), la vera saggezza di vita è che si rifletta su quale debba essere la quantità indispensabile di volere, se non si vuole cercare di raggiungere l’ascetismo supremo, che è la morte per fame: tanto più il confine è stretto, tanto più si è veri e liberi; che inoltre si soddisfaccia questo volere limitato, ma oltre a ciò non ci si consenta desiderio alcuno e si passi liberamente la maggior parte del tempo della vita come puro soggetto conoscente»[3].

 

La pratica della sapienza e della saggezza dunque consente una sorta di purificazione per l’uomo, lo avvia sulla strada di una liberazione interiore che è una salvezza dal dolore del mondo, il dolore causato dalla volontà. Non sembra esserci altra via d’uscita alla tristezza del pensiero, alla malinconia dell’essere nel mondo che la meditazione, sull’esempio dei grandi uomini di pensiero del passato. Quale significato sia da attribuirsi al termine saggezza è lo stesso Schopenhauer a dichiararlo con la consueta, severa limpidezza di stile: «Vi sono alcuni concetti che assai raramente si trovano in una qualche mente ben chiari e definiti, ma, invece, protraggono la loro esistenza unicamente grazie al nome, il quale, allora, in realtà, indica soltanto il posto di un simile concetto; ma senza questo nome tali concetti andrebbero del tutto perduti. Di questo genere è, per esempio, il concetto di saggezza. Quanto vago è esso in quasi tutte le teste! Si vedano le spiegazioni dei filosofi. Saggezza mi pare voglia significare la perfezione non soltanto teoretica, ma altresì pratica. Io la definirei come la conoscenza compiuta e giusta delle cose in generale e nella loro totalità, che ha talmente compenetrato l’uomo da rivelarsi anche nelle sue azioni, poiché essa guida ovunque il suo operare»[4].

 

Forzando un poco il suo pensiero, si potrebbe dire che la saggezza viene intesa, al modo dei greci, e, per il mondo latino, di Seneca, come virtù generatrice di felicità, una felicità che consiste nel far crescere il daimon, nel dar voce ed ascolto al proprio demone, nell’attendere, nel coincidere con esso e dar corpo all’arte di essere felici, alla pratica della eudemonologia. Certo, Schopenhauer per primo, nella storia filosofica occidentale, avverte la crisi della ragione come rimedio all’angoscia del divenire, o, per dirla con altri termini, misura la distanza che si è aperta tra nomos e phisis[5]. E sosteneva a giusto titolo Giorgio Colli che, in Schopenhauer, «la ragione, anzi, non è che un aspetto del suo più vasto concetto di rappresentazione, e in esso va inclusa»[6]. La ragione umana non è più il riparo contro la sofferenza: ogni vita individuata è sofferenza, guerra, lotta infinita, e il soggetto conoscente è voluto dalla Volontà, è il prodotto della Volontà e, rispetto ad essa, non ha alcuna autonomia. Insomma, l’esperienza nella sua globalità è espressione della Volontà, e il mondo come rappresentazione, l’intera vita, sono fenomeno di una Volontà che eccede la ragione, sta al di là e al di fuori delle spiegazioni razionali. La Volontà non segue alcuna legge, non ha una origine, né orientamento, né fine. La Volontà è un infinito tendere, ed ogni meta che raggiungiamo è, a sua volta, il principio di un nuovo, faticoso cammino. Per l’uomo non c’è mai soddisfazione, e la Volontà è in sé una specie di tendere insoddisfatto, d’inappagato operare che produce soltanto dolore e sofferenza. E viene alla mente la “strage delle illusioni” di leopardiana memoria, quando Schopenhauer afferma, nell’opus magnum, che i nostri desideri «ci illudono sempre, mostrandoci il loro compimento come fine supremo del volere, ma, non appena raggiunti non sembrano più gli stessi, e quindi, subito dimenticati, invecchiati, vengono sempre messi da parte come miraggi svaniti»[7].

 

Rebus sic stantibus, una via d’uscita può ritrovarsi nella negazione in sé della Volontà. Se l’ostacolo, la causa prima del dolore è la Volontà, l’energia prorompente della vita che tutto informa, allora una redenzione non può essere immaginata senza una completa negazione della Volontà. La saggezza di vivere sta nella libera autonegazione della Volontà, nel distacco dal ciclo della vita, nello svelamento di Maja, ossia dell’illusione, della fenomenologia della vita entro cui tutti ci consumiamo, bruciamo, ci struggiamo. A parere del Nostro, siamo deboli fiammelle, pallide ombre, e i nostri godimenti e le nostre gioie si disperdono nel nulla. Ogni cosa, platonicamente, emerge dal nulla e ritorna al nulla, in una sorta di danza ove è la Volontà a scandire il ritmo. Per diventar partecipi della pace di Dio, perché sorga la coscienza migliore che nasce dalla pratica e dall’esercizio dell’arte della felicità, «bisogna che l’uomo, quest’essere caduco, finito, nullo, sia qualcosa di totalmente diverso, che non sia più nient’affatto uomo, ma che divenga consapevole di sé come qualcosa di totalmente diverso. In quanto vive, in quanto è uomo, non è soltanto consegnato al peccato e alla morte, ma anche alla illusione, e quest’illusione è reale quanto la vita, il mondo stesso dei sensi, anzi è tutt’uno con essi (la Maya degli indiani): su di essa si fondano tutti i nostri desideri e brame, che a loro volta non sono che l’espressione della vita come la vita non è che l’espressione dell’illusione. […] Per trovar quiete, felicità, pace, bisogna rinunciare all’illusione, e per far questo bisogna rinunciare alla vita»[8].

 

Rinunzia di Sé, rinunzia del frutto dei propri atti: c’è in Schopenhauer una specie di orrore per l’essenza della Volontà, a cui occorre porre rimedio tuffandosi nel nulla, sì, il nulla del nostro universo, con i soli e le galassie, la vastità degli spazi siderali, in una sorta di estatica contemplazione che ricorda Plotino, ma forse anche Meister Eckhardt: il divino è colto alla fine di tutte le voci, come puro limite di tutte le risonanze, sottrazione, metafisico silenzio che pervade il territorio del nulla.

 

Ma qui entriamo in un ambito teologico forse estraneo a Schopenhauer, anche se è egli stesso a dichiarare, in un frammento del 1858: «Buddha, Eckhardt ed io insegniamo nella sostanza la stessa cosa – Eckhardt entro i vincoli della sua mitologia cristiana. Il Buddhismo contiene i medesimi pensieri, non contaminati da tale mitologia, ed è quindi semplice e chiaro, per quanto una religione possa essere chiara. Io ho raggiunto la chiarezza completa. Se si va alla radice dei fatti, appare evidente che Meister Eckhardt e Sakyamuni insegnano la stessa cosa, con la differenza che il primo non può e non sa esprimere i propri pensieri con la stessa immediatezza del secondo, trovandosi invece obbligato a tradurli nella lingua e nella mitologia del Cristianesimo»[9].

 

Non bisogna tuttavia dimenticare che se c’è un pensatore antimetafisico e antiteologico questi è proprio il filosofo di Danzica. E su codesti presupposti Nietzsche fonderà le sue qualità di educatore[10], la sua virilità eroica di pensatore che vuol cessare d’essere giocattolo del divenire, che chiede l’oblio del sé per intraprendere la ricerca del Vero. E in India, nel Brahmanesimo e nel Buddismo, egli aveva trovato quella profonda saggezza del vivere, quell’umana dottrina che né l’Islamismo, né l’Ebraismo avevano potuto soddisfare. In effetti, tutte le religioni mediterranee, così come i fondamenti della sapienza greco-romana, non sono altro – sosteneva – che un mero riflesso di una luce originaria proveniente dall’India[11]. Schopenhauer leggeva le Upanishad nella traduzione latina di Anquetil Duperron, il quale si era basato su un esemplare in persiano che risaliva al 1656. Nonostante la scarsa attendibilità filologica e lessicale dei testi disponibili, egli considerava le Upanishad la consolazione più preziosa della sua vita, ed era solito chinarsi su quei testi dell’antica sapienza indiana ogni sera, prima di coricarsi.

 

Ma in che cosa consiste realmente, secondo Schopenhauer, la Volontà di vita negli uomini? Ogni volere, ogni istanza di vita, ogni istinto che la propaga erompe impetuosamente da una sofferenza, da uno stato di prostrazione: se la vita di ogni uomo è necessariamente un volere, allo stesso tempo è anche una sofferenza. Si potrebbe dire, in termini virgiliani, una cupiditas, una dira lubido: «La pulsione sessuale è di per sé il nocciolo della volontà di vita e, da un punto di vista esterno, per come si dà all’apparenza, è ciò che perpetua e tiene unito il mondo delle apparenze. Se mi si domandasse dove è possibile acquisire la conoscenza più intima dell’essenza interna del mondo, di quella cosa in sé che chiamo volontà di vita, o dove tale essenza diventi cosciente con la massima evidenza, o ancora dove riveli se stessa nel modo più puro, dovrei indicare la voluttà nell’atto della copulazione. Non v’è alcun dubbio»[12]. Oggi è ben noto quanto vasto e profondo sia stato l’influsso di queste posizioni “forti” sulle origini e sugli sviluppi della psicoanalisi freudiana, adleriana e junghiana nonché, più in generale, su una parte oltremodo cospicua della cultura otto-novecentesca.

 

Per quanto riguarda gli Aforismi, bisogna dire che un testo soprattutto appare la fonte ispiratrice, il modello della sua riflessione: l’Oráculo manual y arte de prudencia di Baltasar Gracián. Sin dal 1825, Schopenhauer aveva intrapreso lo studio della lingua spagnola e delle opere dei protagonisti del Siglo de oro: Calderón de la Barca, Lope de Vega e, naturalmente, Miguel de Cervantes; ma è soprattutto il Gracián moralista, col suo pessimismo scevro d’illusioni, a delineare, per lui, un nuovo quadro di riferimento morale. In breve tempo, leggerà l’Oráculo e ne produrrà una traduzione in tedesco, che peraltro stentò lungamente a trovare un editore[13].

 

Secondo Franco Volpi – lo studioso italiano che ha saputo scandagliare in maniera più puntuale e convincente i manoscritti inediti di Schopenhauer conservati nell’omonimo archivio presso la Biblioteca di Francoforte [14] –, fu proprio la lettura del gesuita spagnolo a sollecitare la stesura di quell’eudemonologia geniale che costituisce il fondamento degli Aforismi sulla saggezza della vita: più precisamente, gli aforismi che vediamo qui ordinati, il cui fine precipuo – giova ricordarlo – è quello di spalancare le porte alla serenità, abbattere il pregiudizio che ne ostacola la fruizione, risalirebbero ad un manoscritto In-folio del 1826 ripreso nel ’28, quando la sua frequentazione della cultura iberica dell’età barocca era molto intensa.

 

Certo, a lato dei testi e delle letture, era sempre un’esperienza personale, fatta di amarezze e incomprensioni profondissime, a scatenare la stesura degli appunti rapidi, così come delle pacate riflessioni, che ritroviamo negli Aforismi. A leggerli con attenzione, emerge con rara chiarezza il tema della conoscenza di sé, tipico di una filosofia che aspiri ad essere, in primis, cura dell’anima[15]. Invero, si tratta di esercizi, regole ed esempi che orientano verso una filosofia pratica, che propongono una filosofia concepita come arte di vivere, ma altresì come arte tout court: c’è infatti un’estetica dell’esistenza negli Aforismi e, in fondo, l’arte di essere felici prefigura, nei suoi risvolti squisitamente sapienziali, l’eroismo estetico di certe meditazioni nietzschiane.

 

Ma pare opportuno, a questo punto, offrire una breve biografia intellettuale del nostro autore, specie al fine d’inquadrare a livello storico-culturale il testo che ci apprestiamo a considerare.

 

Arthur Schopenhauer nacque a Danzica il 22 Febbraio 1788, da Heinrich Floris Schopenhauer e Johanna Henriette Trosiener. Il padre era un facoltoso commerciante e la madre una donna vivace e colta, che ebbe anche una discreta fama in campo letterario come autrice di romanzi. Il nome di Arthur venne scelto dal padre perché suonava uguale nelle principali lingue europee (inglese, francese, tedesco), e fu quasi un auspicio di quel cosmopolitismo che sarà tratto originale del suo pensiero ed anche degli Aforismi.

 

Quando Danzica entrò a far parte dello stato prussiano, anzi della Confederazione tedesca, il padre, che era di idee liberali e mal sopportava il retaggio del dispotismo di matrice fredericiana, si trasferì con la famiglia ad Amburgo, la ricca città-stato sulle rive dell’Elba che da secoli era un importante centro commerciale. Qui la famiglia ebbe modo d’intrattenere relazioni con le personalità più in vista dell’epoca, dal poeta Klopstock al pittore Tishbein e al filosofo Reimarus. All’età di nove anni, Arthur fece un viaggio in Francia con il padre e si stabilì a Le Havre, dove, presso la casa di un corrispondente della famiglia, si fermerà per due anni ed avrà modo di imparare perfettamente il francese, oltre ad esplorare i primi rudimenti di latino. Di ritorno ad Amburgo, il suo curriculum scolastico si orientò verso l’Istituto Runge, una scuola tecnica e commerciale che però non soddisfaceva appieno i suoi interessi.

 

Durante le vacanze estive, assieme alla famiglia nella magnifica città di Weimar, il giovane Schopenhauer ebbe modo di conoscere Friedrich Schiller: fu un incontro capitale, che avrà grande influenza anche sull’orientamento del suo sistema concettuale. Ma i suoi interessi prettamente umanistici covavano, potentissimi, sotto la cenere, e furono soltanto rimandati. Tra il 1803 e il 1804 viaggiò con la famiglia in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, e ancora in Francia. Nel corso di tali soggiorni, ebbe modo di conoscere, fra l’altro, le opere di Shakespeare, Byron, Sterne e Scott, nonché la grande letteratura francese: grazie a siffatte letture, acquisì dunque basi eccellenti per affrontare tutti i fondamenti della cultura europea.

 

Il 1805 fu un anno funesto e cruciale per il giovane Arthur: il padre venne trovato morto. Molte voci sostenevano ch’egli si fosse suicidato e, tra le ragioni possibili, vennero addotte un dissesto di carattere economico e una certa indifferenza da parte della giovane moglie. Difficile trarre dalle carte conclusioni univoche, ma forse la seconda ipotesi potrebbe far luce sulle ragioni di quella grave e talora asperrima incomprensione con la madre che accompagnerà il filosofo per tutta la vita. D’altronde, non bisogna dimenticare che, nel ramo paterno della famiglia, diversi erano stati i casi psicopatologicamente rilevanti.

 

Quando, l’anno successivo, la madre si trasferì a Weimar ove, con fascino ed eleganza, aprì un salotto poi frequentato da molti dei più importanti artisti e intellettuali dell’epoca (fra cui Goethe e i fratelli Schlegel), Arthur, anche a seguito di una promessa solenne fatta al padre, rimase ad Amburgo per curarne gli interessi. Questo periodo, tuttavia, lo trovò diviso tra l’amore per gli studi umanistici, la ricerca filosofica e le preoccupazioni per l’amministrazione del patrimonio di famiglia, che richiedeva non poco impegno e cura. Fu l’amico e storico Fernow ad aiutarlo a sciogliere il dilemma, indirizzandolo verso i classici antichi e lo studio della lingua latina: il periodo dell’apprendimento di quest’ultima si compirà, dopo il trasferimento a Gotha, sotto la guida del celebre latinista Doering.

 

Qualche tempo dopo, però, nauseato dall’ambiente intellettuale della città che, per giunta, riuscirà ad inimicarsi dopo la pubblicazione di alcune satire, Schopenhauer, verso la fine del 1807, si recò a Weimar, ove risiedeva la madre, pur rinunciando a trasferirsi presso di lei. Sotto la guida del grecista Passow, compì intensi studi del greco antico, ma, in questa congiuntura, scoprì pure la cultura italiana, e in particolare il Petrarca, poeta e cultore della sapienza classica che segnerà indelebilmente il suo sviluppo spirituale. All’età di ventun anni, il giovane Schopenhauer ha una brillante vita sociale: frequenta concerti e spettacoli teatrali, e intesse altresì una relazione con Karoline Jagermann, un’attrice cui dedica alcune poesie. Inoltre, riceve una cospicua somma in eredità come parte del lascito paterno.

 

Libero da questioni materiali, il periodo tra il 1809 e il 1811 è nutrito d’intensi studi presso la facoltà di medicina della rinomata Università di Gottinga, ove seguì, fra l’altro, corsi di fisiologia, anatomia, matematica e – con una tensione affatto enciclopedica, un’eclettica aspirazione conoscitiva caratteristica delle migliori menti dell’epoca – anche di fisica, chimica e botanica. Saranno poi l’approfondimento delle discipline storiche, della psicologia e della metafisica a spingerlo a lasciare gli studi di medicina per orientarlo verso la filosofia. Sotto la guida di un maestro di tendenze scettiche come Gottlieb Ernst Schulze, Schopenhauer prese a studiare attentamente le opere di Leibnitz, Wolff, Hume, ma soprattutto di Platone e Kant, le cui idee innervano la totalità dei suoi scritti.

 

Nell’ottobre del 1812 si reca a Berlino per ascoltare le lezioni di Johann Gottlieb Fichte, ma ben presto, nei confronti del fondatore dell’idealismo tedesco, egli sviluppa una vera e propria ostilità, stemperata soltanto dallo studio delle scienze, da quell’amore disinteressato per il sapere e la ricerca empirica che lo porterà ad esplorare anche gli ambiti dell’elettromagnetismo, dell’astronomia e della zoologia. In questo periodo segue pure, con sete intellettuale sorprendente, corsi di archeologia e letteratura greca, nonché di poesia nordica. Un altro termine di confronto e, perché no, scontro, dell’università berlinese è rappresentato dalle lezioni di Friedrich Schleiermacher (oggi considerato uno dei capostipiti dell’ermeneutica), le cui posizioni riguardo alla coincidenza fra religione e filosofia trovano subito ostile il nostro, il quale, perentorio, considera le religioni una sorta di stampella per spiriti fiacchi.

 

Fra gli ultimi mesi del 1813 e la primavera del ’14, mentre infuriano le ultime campagne napoleoniche, Schopenhauer abbandonò Berlino e ritornò a Weimar, ove ebbe modo d’approfondire lo studio di Spinoza, un altro dei filosofi che avranno grande influenza sul suo sistema. Ma in questo periodo spicca la redazione di un testo quanto mai rilevante e decisivo, fra l’altro, per comprendere gli sviluppi della filosofia schopenhaueriana: Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, un trattato ch’egli spedirà all’Università di Jena e col quale, in absentia, otterrà la laurea in filosofia.

 

Cos’è il principio di ragion sufficiente? È quello che ci fa domandare il perché, gli effetti e le conseguenze delle cose. Nulla è senza una ragion d’essere e gli oggetti, le cose, a seconda del loro rapporto con il soggetto con cui entrano in relazione, hanno rappresentazioni diverse. Il rapporto soggetto-oggetto ha – secondo il Nostro – quattro diverse modalità rappresentative, cioè ha quattro relazioni a priori necessarie: 1. principium rationis sufficientis fiendi, cioè il principio che si manifesta nel divenire e nelle cose naturali come causa; 2. principium rationis sufficientis cognoscendi, che si manifesta nel conoscere e regola i rapporti logici fra le premesse e le conclusioni nelle conoscenze di tipo razionale; 3. principium rationis sufficientis essendi, cioè quello che pertiene ai rapporti spaziali e temporali, alle concatenazioni degli enti aritmetici e geometrici; 4. principium rationis sufficientis agendi, ovvero quello delle azioni viste dalla parte del soggetto, intese come motivi, stimoli, eccitazioni, e che sono riferibili alla necessità morale.

 

Tali sono le determinazioni del mondo della rappresentazione secondo il principio di ragione di Schopenhauer, ma in esse non si esaurisce – come abbiamo detto – il mondo, perché al di sotto di questa griglia epistemica c’è pur sempre la volontà, ch’è il fondamento della rappresentazione, il velo sussurrante della cecità umana.

 

Della fine del ’14 è l’incontro a Weimar con Goethe, quando il grande homme de lettres – “eletto dagli dei”, come lo definirà in diverse occasioni – aveva già superato i sessant’anni. Dopo un primo momento di diffidenza, l’amicizia fra i due divenne molto stretta. All’autore del Faust, il Nostro sarà profondamente legato nel corso di tutta la sua esistenza, e lo richiamerà di continuo nelle sue opere con citazioni, considerazioni e appunti, approfondendone la Teoria dei colori in chiave antinewtoniana e commisurandone la già vasta produzione sulla sinopia del proprio pensiero. Per un’esatta comprensione di Schopenhauer, è bene poi non sottovalutare, come accennato, l’incontro con l’orientalista Majer – sollecitato proprio dall’amicizia con Goethe e dal singolare ambito intellettuale che Weimar in quel momento rappresentava – e con le Upanishad Vediche.

 

Sarà un periodo fecondissimo di lavoro quello che va dal 1814 al 1818. Trasferitosi a Dresda, legge i grandi autori latini (a cominciare da Seneca, Virgilio, Orazio), e poi Machiavelli e Giordano Bruno, insieme con i classici della filosofia: Aristotele, Bacone, Hobbes, Locke e Hume, senza mai trascurare, peraltro, Platone e Kant. Il suo interesse per la fisiologia e l’ottica lo porterà a pubblicare, nel 1816, un trattato Sulla vista e sui colori, ove spiega come, muovendo dai dati che ci forniscono i sensi, l’intelletto produce l’intuizione. Ma se, da una parte, sono i sensi il luogo in cui si produce la sensibilità, è nell’intelletto che risiede la conoscenza vera e propria, la percezione dei colori come esperienza antecedente ad ogni riflessione.

 

L’evento memorabile di questo periodo è la stesura e la pubblicazione, per l’editore Brockhaus di Lipsia, de Il mondo come volontà e rappresentazione, nel dicembre del 1818. Schopenhauer la considererà sempre la sua opera principale, anche se altri scritti non si possono considerare secondari per importanza speculativa. «Il Mondo è una mia rappresentazione», sostiene, e la rappresentazione nell’atto del conoscere è un rapporto tra soggetto e oggetto, che esprime la forma di ogni esperienza possibile e immaginabile. Solamente all’interno della rappresentazione si danno le forme dello spazio, del tempo, della causalità, e in essa l’oggetto esiste per il soggetto solo in base all’azione che esso esercita nello spazio e nel tempo. Fondamento della rappresentazione è la Volontà, a cui è dedicato il secondo libro del Mondo, e la conoscenza della Volontà per il soggetto avviene attraverso il corpo «come qualcosa di immediato». C’è un volere e un’azione del corpo conseguente; ma la Volontà che si oggettiva nella rappresentazione resta comunque unica e irrazionale, ed è affatto svincolata dalle determinazioni del principium individuationis che abbiamo nella rappresentazione, cioè nelle determinazioni di spazio, tempo e causalità. La Volontà espressa nei singoli esseri è causa di una contrapposizione incessante, di una lotta perenne di egoismi che lacera il mondo.

 

Quantunque tutt’altro che definitiva, via d’uscita efficace da questo corso tragico è indubbiamente l’arte: in essa, come indicato specie nel terzo libro del capolavoro, avviene la liberazione, seppur parziale, dalla Volontà. Nell’arte contempliamo le idee universali in quanto essenze, e siamo così sottratti alla lotta che domina il mondo. Nell’arte c’è un’astrazione dalle cose particolari e il soggetto viene a identificarsi con le idee, abbandonando il proprio abito individuale per divenire pura conoscenza. La musica sola peraltro esprime, ben al di sopra di ogni altra arte, la conoscenza pura della Volontà.

 

Ma la vera, l’unica liberazione permanente dalle sofferenze cagionate dalla Volontà, l’affrancamento assoluto dal rincorrersi negativo dei bisogni e dei desideri, si consegue esclusivamente nell’ambito dell’etica. Giustizia ed autentica compassione (l’essenza dell’agape cristiana) sono senz’altro in grado di aprirci una strada imprescindibile di liberazione, ma soltanto nell’ascesi ci è dato esprimere la noluntas, il rifiuto della volontà di vivere, il radicale distacco rispetto all’essenza di un mondo tracimante di dolore. Ciò si raggiunge mediante l’esercizio di castità, rassegnazione, povertà, sacrificio, digiuno: siamo dinanzi ad approdi etico-spirituali di portata universale e di fascino raro, che avranno, come s’è detto, un impatto notevole su tanta cultura di fine Ottocento e su tutto il Novecento. Ma i tempi del successo intellettuale non erano ancor maturi per il nostro trentenne di genio: il testo passò inosservato e restò quasi invenduto, tanto che parte delle copie venne inviata al macero.

 

Il mancato interesse del pubblico verso l’opera non precluse comunque a Schopenhauer quelle aperture all’esperienza proprie del suo rango sociale. In effetti, al termine dell’estate del 1818, sulle orme del grand tour caro agli aristocratici e a tutti i giovani delle classi agiate, e dopo un breve soggiorno a Vienna, si trasferì in Italia, a Venezia precisamente. Qui ebbe un’appassionata relazione con una nobildonna veneziana di nome Teresa Fuga, che lascerà traccia di sé anche nelle “confessioni” del periodo senile. In città, inoltre, si trovava allora Lord Byron, per il quale egli nutriva una profonda ammirazione, tanto che, in vista di un appuntamento con lui, si era procurato una lettera di presentazione di Goethe. L’atteso incontro purtroppo non avvenne e il viaggio del filosofo proseguì verso Bologna, Firenze, Roma, Napoli, senza particolari tracce di frequentazioni di spicco.

 

In Italia approfondì la conoscenza della nostra lingua e s’interessò ai monumenti della nostra letteratura leggendo in originale Dante, Boccaccio, Ariosto, Tasso e, naturalmente, il prediletto Petrarca, verso il quale nutriva una particolare ammirazione. L’Italienische Reise venne interrotta bruscamente nel giugno del ’19 da una lettera della sorella che gli annunciava il fallimento della Banca Muhl di Danzica, presso la quale era impegnata parte del capitale suo e della famiglia. Il rifiuto di accordarsi con i curatori fallimentari – con cui, peraltro, avrebbe potuto trovare una mediazione virtuosa onde limitare il danno subito – lo costrinse per un paio di anni a qualche ristrettezza economica, che cercò di superare dedicandosi all’insegnamento universitario.

 

Nella primavera del 1820, ottenne la libera docenza presso l’Università di Berlino ma, con quella tagliente perentorietà che già gli aveva procurato tante inimicizie negli anni precedenti, volle fissare gli orari delle sue lezioni in concomitanza con quelli dell’odiatissimo Hegel. La scelta, fin dai primi mesi d’insegnamento, specialmente a motivo della rinomanza e della forza propositiva del filosofo di Stoccarda, gli procurò un esiguo numero di accoliti fedeli, che finì poi per assottigliarsi ulteriormente col passare del tempo.

 

Nei primi due anni del soggiorno berlinese, Schopenhauer ebbe una relazione sentimentale assai contrastata con la cantante Caroline Richter, detta Medon, corista del Teatro dell’Opera, relazione che si concluderà qualche anno più avanti; fu quindi vittima di uno spiacevole episodio, che ebbe fastidiose conseguenze giudiziarie. Infastidito dai rumori che una vicina di casa, la signora Marquet, faceva in continuazione davanti alla sua abitazione egli, in un accesso d’ira, la spinse violentemente e la gettò a terra. Assolto in prima istanza dal tribunale, in appello venne invece condannato a corrispondere alla donna un’indennità, che le dovette versare fino alla morte.

 

Questi fatti sgradevoli, avvenuti in un periodo tutto sommato alquanto amaro, non gli impedirono, tuttavia, la ripresa dei viaggi e, in particolare, un ritorno in quell’Italia che aveva lasciato precipitosamente nel ’19. Nell’agosto del ’22 lo troviamo a Milano, ma il viaggio proseguì per Venezia e per Firenze, ove rimase a lungo, e a Roma. Al ritorno in Germania, nel ’23, le sue condizioni di salute non erano buone. Si fermò a Dresda per curarsi e, frattanto, si appassionò alla lettura di autori come La Rochefoucauld e Chamfort, ma anche Hume e Giordano Bruno, che progettava di tradurre.

 

Durante il biennio 1825-27, il filosofo ritornò a Berlino, ove ebbe modo di conoscere Alexander von Humboldt, e d’imparare quella lingua spagnola che sarebbe poi stata veicolo di tante magnifiche scoperte intellettuali: alludiamo non solo alla pur fondamentale opera cervantina, ma anche agli altri autori del Siglo de oro sopracitati e, più d’ogni altro, all’aureo, determinante Gracián dell’Oráculo manual y arte de prudencia. L’influenza di questo testo sui “nostri” Aforismi è evidente, pressoché palese. Pare appena il caso di aggiungere che, forse prevenuto dall’insuccesso del Mondo, l’editore Brockhaus rifiutò di stampare la traduzione, che sarebbe uscita soltanto postuma.

 

L’ostilità dell’ambiente universitario, in cui dominavano posizioni hegeliane, scoraggiarono non poco i progetti e le iniziative del nostro autore, sempre più emarginato rispetto alla società intellettuale dell’epoca. In seguito alla scoppio di una epidemia di colera avvenuta a Berlino nell’agosto del 1831, Schopenhauer si rifugiò a Francoforte sul Meno, città nella quale, se si esclude un soggiorno a Mannheim fino alla prima metà del 1833, si stabilirà definitivamente, e che non abbandonerà fino al morte. La vitalità intellettuale che lo contraddistingueva si espresse, in questo periodo, in ricerche sulla filosofia cinese, la letteratura mistica e il magnetismo di cui, peraltro, si trova traccia nel bello scritto apparso nei Parerga. In generale, egli considera verità possibile le manifestazioni relative al magnetismo, alla magia, alla chiaroveggenza dei sogni premonitori, al sonnambulismo e alle visioni degli spiriti: sono infatti da lui definiti metafisica pratica, in quanto si basano sull’onnipotenza, sull’onnipresenza della Volontà. E’ l’inconscio, o meglio la Volontà inconscia ad operare magicamente al di là dei limiti imposti dall’intelletto cosciente, dal principium individuationis, oltre le forme di spazio, tempo e causalità.

 

Il biennio che va dal 1834 al ’36 vede Schopenhauer all’opera su un testo che rappresenta, come recita il sottotitolo, «un’esposizione delle conferme che la filosofia dell’Autore ha ricevuto da parte delle scienze empiriche, dal tempo in cui è comparsa», vale a dire il trattato Sulla volontà nella natura. In esso si ritrovano i suoi studi di medicina, linguistica, astronomia, magnetismo e sinologia, visti alla luce della Volontà, appunto, di questa forza in virtù della quale ogni cosa può esistere e operare. Era stato necessario un silenzio di diciassette anni per ottenere quelle conferme alle sue teorie che voleva dalle scienze empiriche: il tempo della resa dei conti è venuto, amava dire contro i vecchi avversari. La vita francofortese non era aliena da prese di posizione polemiche e originali: egli sosteneva, ad esempio, che la prima edizione della Critica della ragion pura (1781) di Kant fosse migliore rispetto alla successiva (1787), o che si sarebbe dovuto erigere in onore del grande Goethe almeno un busto marmoreo, nella città che gli aveva dato i natali. Nell’anno 1839, venne premiato dalla Reale Società delle Scienze di Norvegia per il suo saggio Sulla libertà del volere umano, e tale riconoscimento può essere considerato il primo segno pubblico e ufficiale dell’interesse per le sue idee, quantunque lo scritto non apporti, a dirla giusta, novità di rilievo all’impalcatura del suo pensiero. Il 17 aprile dello stesso anno, a Jena, muore la madre Johanna.

 

Del 1841 è il volume apparso sotto il titolo I due problemi fondamentali dell’etica, che raccoglie il precedente saggio premiato in Norvegia e un altro intitolato Il fondamento della morale[16], inviato a un concorso indetto dalla Reale Società delle Scienze di Danimarca. Qui l’autore si propose d’illustrare i punti fondamentali della propria riflessione etica, sia servendosi dei materiali ch’era venuto raccogliendo a commento della sua opera maggiore, sia rifondendovi le riflessioni sulla dialettica fra necessità e libertà presenti nello scritto norvegese. Il testo gli consentì di rivolgersi a un pubblico più vasto, nonché di far conoscere i motivi peculiari della propria filosofia alle correnti dominanti della cultura tedesca, che spesso tuttavia si trovavano su posizioni antitetiche. All’ottimismo razionalistico dello storicismo hegeliano egli oppose le dottrine radicalmente pessimistiche de Il mondo, e alle ideologie liberali e ottimistiche, al mito di un progresso infinito e inarrestabile oppose la tragica, feroce concezione di un mondo naturale e sociale signoreggiato da crudeltà ed egoismo. C’era poi, nella letteratura del tempo, specie riguardo ai problemi della morale, un atteggiamento edificante, predicatorio, da sermone insomma, traboccante di pie intenzioni ideologiche, teologiche, o, all’opposto, di fumosi misticismi estetizzanti, che andava, a parer suo, colpito criticamente. Fine primario dello scritto, dice lo stesso autore, era «l’esposizione puramente filosofica – cioè oggettiva, non velata, nuda, indipendente da ogni intenzione positiva, da ogni non dimostrata premessa e quindi da ogni ipostasi metafisica o anche mistica – dell’ultimo fondamento di ogni morale». C’è un’attualità di questo scritto, che è sempre bene riconsiderare e che, non per caso, sarà ripresa da un filosofo a noi assai vicino come Horkheimer. Al solito, il parere della critica non gli fu favorevole: l’accusa era quella di voler sostituire alle morali teologiche un’etica non meno teologica, e di dare una forma, un’idea immobile dell’esperienza religiosa.

 

Che il pensiero di Schopenhauer risenta di una sorta di congiura del silenzio lo rivela un’opera di Friedrich Dorguth dal titolo La falsa radice dell’ideal realismo. Qui la triade formata da Fichte, Schelling ed Hegel viene definita una congrega di cialtroni: comunque stiano le cose, resta il fatto che la spregiudicata, folgorante acutezza dell’atteggiamento critico schopenhaueriano la possiamo verificare ancor oggi…

 

In questo periodo, poi, conobbe Julius Frauenstädt, il fedelissimo fra i suoi allievi, o l’arciapostolo, come viene definito, al quale il filosofo lascerà una cospicua eredità di propri inediti[17]. Il seme del dubbio gettato nel campo dei sistemi filosofici dominanti indusse forse, nel 1844, l’editore Brockhaus ad approntare una seconda edizione del Mondo come volontà e rappresentazione. Essa conteneva l’aggiunta di cinquanta capitoli denominati Supplementi, ai quali Schopenhauer lavorava ormai da una decina d’anni. Pure in questo frangente il libro non vendette e venne recepito superficialmente. Nel 1847 uscì poi la seconda edizione del trattato Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente.

 

I moti rivoluzionari del settembre del 1848 a Francoforte turbarono profondamente il Nostro: temeva che le masse in rivolta potessero prendere il potere, e addirittura offrì il proprio alloggio come baluardo militare all’esercito regio, schierato a sedare le scaramucce scoppiate lungo le strade della città. Sul piano personale, abbiamo l’incontro con un altro dei suoi discepoli prediletti: Adam Ludwig von Doβ; l’anno successivo, invece, muore l’amata sorella Louise Adelaide .

 

Era il novembre 1851 quando vide la luce un’opera alla quale Schopenhauer lavorava già da sei anni: i Parerga e Paralipomena – che potremmo tradurre con “digressioni e integrazioni” –, una raccolta di saggi che ebbe successo sia in patria sia all’estero, e che contribuirà notevolmente all’affermazione del filosofo. All’interno del testo, dotato di una sua autonomia e compiutezza speculativa nonostante l’artificio retorico del titolo, apparvero anche gli Aforismi sulla saggezza del vivere che qui presentiamo. Sull’onda dell’interesse per quest’opera, nel ’54, verrà ristampata una seconda edizione de La volontà della natura. Di questo periodo è il sodalizio con il romanziere Wilhelm Gwinner, che sarà il suo primo biografo ed anche, in quanto avvocato, suo esecutore testamentario.

 

Nel 1858 Schopenhauer aveva settant’anni e una schiera di amici e discepoli intorno a sé. Pur amando, in ambito musicale, Rossini, Mozart e Beethoven, ammirò Wagner, che gli inviò il libretto de L’anello del Nibelungo, e frequentò Martin Emder, Otto Linder, lo scrittore David Asher e il pittore Johann Karl Bähr. Intanto, la seconda edizione del Mondo come volontà e rappresentazione andava rapidamente esaurita in libreria, ed egli trascorreva il suo tempo lavorando molto e leggendo. Il suo regime di vita, alquanto ritirato, comprendeva lunghe passeggiate igieniche in compagnia del fedele cane Atma, parola che significa “Anima” nella filosofia indù. È da collocarsi sempre in questo periodo la lettura delle Operette morali e dei Pensieri di Leopardi, da cui ricavò molto diletto. Va notato tuttavia che considerava l’italiano dell’epoca una lingua affettata e cerimoniosa. Inoltre, s’interessava non senza trasporto delle vicende che avrebbero portato alla formazione dell’Italia unita. Con regolarità quotidiana, era solito prendere i suoi pasti al “Englischer Hof” e leggere giornali stranieri come il Times, nonché riviste scientifiche e letterarie. L’anno successivo, una giovane e bella scultrice di nome Elisabeth Ney si presentò alla sua porta e gli propose la realizzazione di un busto. Vinte le resistenze, il vecchio filosofo si sottopose ad estenuanti sedute.

 

A partire dall’aprile 1860, cominciarono a manifestarsi alcuni non lievi problemi di salute, come difficoltà respiratorie e tachicardia, che lo porteranno ad ammalarsi in modo irreversibile. Durante l’estate, le sue condizioni peggiorarono e il 21 settembre, a seguito di un accesso di polmonite, Arthur Schopenhauer si spense con stoica dignità. Venne seppellito nel cimitero di Francoforte, alla presenza di pochi fedelissimi.

 

Se si passano in rassegna le molte testimonianze delle persone che lo hanno conosciuto, Schopenhauer potrebbe apparire un pazzo bello e buono, un carattere dannatamente intrattabile, sempre pronto alla polemica, all’offesa, alla violenza verbale: in effetti, non perdeva occasione per gettare giudizi irriguardosi contro tutto e tutti… Nondimeno, al di là di questi umori mefistofelici, sapeva anche essere spiritoso, arguto, sensibile, tenero. Aveva molta stima degli inglesi e, in certi momenti, si vergognava d’essere tedesco.

 

Passeggiando con un amico, pare che il Nostro abbia detto una volta: «La maggior parte dei libri saranno dimenticati. Impressione duratura la fanno solo quelli in cui l’autore ha messo tutto se stesso. In tutte le grandi opere si ritrova l’autore tutto intero. Nella mia opera ci sono tutto intero io stesso. Bisogna assolutamente farsi martire della propria causa, come ho fatto io»[18]. Ecco, forse proprio in questa convergenza fra il particolare della sua vita e l’universale della sua originalissima poiesi risiede il genio di Schopenhauer, il suo valore assoluto. Certo, la storia non è finita e ancora non possiamo legittimamente pronunciarci sulla Verità, ma il sacrificio di sé che ci suggeriscono, pur con sapiente misura, anche questi Aforismi appare davvero quel terreno solido, o quell’oceano sconfinato, su cui da millenni, tra l’altro, s’incontrano e si scontrano Oriente e Occidente, mirando a un riconoscimento reciproco.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

  1. Opere di Schopenhauer pubblicate in vita

 

Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente (titolo originale: Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde), 1813.

 

Sulla vista e i colori (titolo originale: Über das Sehen und die Farben), 1816.

 

Il mondo come volontà e come rappresentazione (titolo originale: Die Welt als Wille und Vorstellung), 1818-1819; secondo volume, 1844.

 

Sul volere nella natura (titolo originale: Über den Willen in der Natur), 1836.

 

Sulla libertà del volere umano (titolo originale: Über die Freiheit des menschlichen Willens), 1839.

 

Sul fondamento della morale (titolo originale: Über die Grundlage der Moral), 1840.

 

Parerga e paralipomena (titolo originale: Parerga und Paralipomena), 1851.

 

 

  1. Opere di Schopenhauer in traduzione italiana:

 

Il mondo come volontà e rappresentazione, Mursia, Milano, 1969.

 

Parerga e paralipomena, Adelphi, Milano, 1981.  

 

Il mondo come volontà e rappresentazione, A. Mondadori, Milano, 1989.

 

L’arte di ottenere ragione, Adelphi, Milano, 1991.

 

La filosofia delle università, Adelphi, Milano, 1992.

 

Aforismi per una vita saggia, BUR, Milano, 1993.

 

Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, Adelphi, Milano, 1993.

 

La saggezza della vita, Newton Compton, Roma, 1994.

 

Colloqui, BUR, Milano, 1995.

 

Scritti postumi. Vol. 1: I manoscritti giovanili (1804-1818), Adelphi, Milano, 1996.

 

L’arte di essere felici, Adelphi, Milano,1997.

 

L’arte di farsi rispettare, Adelphi, Milano, 1998.

 

L’arte di insultare, Adelphi, Milano, 1999.

 

Sulla quadruplice radice del principio ragionato, BUR, Milano, 2000.

 

O si pensa o si crede. Scritti sulla religione, BUR, Milano, 2000.

 

La volontà della natura, Laterza, Roma-Bari, 2000.

 

L’arte di trattare le donne, Adelphi, Milano, 2000.

 

Il primato della volontà, Adelphi Milano, 2002.

 

L’arte di conoscere se stessi, Adelphi, Milano, 2003.

 

Scritti postumi. Vol. 3: I manoscritti berlinesi (1818-1830), Adelphi, Milano, 2004.

 

Il fondamento della morale, Laterza, Roma-Bari, 2005.

 

L’arte di invecchiare ovvero Senilia, Adelphi, Milano, 2006.

 

Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari, 2006.

 

Il mondo come volontà e rappresentazione. Testo tedesco a fronte, Bompiani, Milano, 2006.

 

Il mio oriente, Adelphi, Milano, 2007.

 

 

  1. Studi in volume su Schopenhauer disponibili in lingua italiana

 

  1. Bellingreri, La metafisica tragica di Schopenhauer, Franco Angeli, Milano, 1992.

 

  1. Bolognesi, La vera dottrina dell’amore di Schopenhauer, Ubaldini, Roma, 1969.

 

  1. Casini, Schopenhauer. Il silenzio del sacro, EMP, Milano, 2004.

 

  1. De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi e altri saggi leopardiani, Ibis, Como-Pavia, 1992

 

  1. Hübscher, Arthur Schopenhauer: un filosofo controcorrente, Mursia, Milano, 1990.

 

  1. Gurisatti, Schopenhauer, maestro di saggezza, Colla, Vicenza, 2007.

 

  1. Invernizzi, Invito al pensiero di Schopenhauer, Mursia, Milano, 1995.

 

  1. Martinetti, Schopenhauer, Il Nuovo Melangolo, Genova, 2005.

 

  1. Mei, Etica e politica in Schopenhauer, Cedam, Padova, 1958.

 

  1. Nietzsche, Schopenhauer come educatore (1874), a cura di M. Montinari, Adelphi, Milano, 1985.

 

  1. Penzo (a cura di), Schopenhauer e il sacro, EDB, Bologna, 1987.

 

  1. Riconda, Schopenhauer interprete dell’occidente, Mursia, Milano, 1969.

 

  1. Safranski, Schopenhauer e gli anni selvaggi della filosofia. Una biografia, Longanesi, Milano, 2004.

 

  1. Sans, Schopenhauer, Xenia, Milano, 1999.

 

  1. Savater, Filosofia come accademia. Montaigne, Schopenhauer, Nietzsche, de Unamuno, Il Nuovo Melangolo, Genova,1984.

 

  1. Vecchiotti, La dottrina di Schopenhauer, Marzorati, Milano 1966.

 

Id., Introduzione a Schopenhauer, Laterza, Roma-Bari, 2005.

 

  1. Verrecchia, Schopenhauer e la Vispa Teresa. L’Italia, le donne, le avventure, Donzelli, Roma, 2006.

 

  1. Vigorelli, Il riso e il pianto. Introduzione a Schopenhauer, Guerini e Associati, Milano,1998.

 

  1. Vincieri, Discordia e destino in Schopenhauer, Il Nuovo Melangolo, Genova, 1998.

 

 

[1] Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino, 1988, ma anche, dello stesso autore, Che cos’è la filosofia antica, Einaudi, Torino, 1998, e La filosofia come modo di vivere, Aragno, Torino, 2005.

 

[2] Cfr. Arthur Schopenhauer,Scritti postumi. Vol. 1: I manoscritti giovanili (1804-1818), a cura di S. Barbera, Adelphi, Milano, 1996.

 

[3] Ivi, p. 168.

 

[4] Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, a cura di Mario Carpitella, Adelphi, Milano, 2003, vol. 2, Osservazioni psicologiche, p. 813.

 

[5] Possiamo tradurre genericamente queste parole chiave, rispettivamente, con Legge e Natura.

 

[6] Giorgio Colli, Prefazione a Parerga e Paralipomena, cit., vol. 1, p. 9.

 

[7] Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Giuseppe Riconda, Mursia, Milano 1969 p. 202

 

[8] Ibidem p.77

 

[9] Arthur Schopenhauer, Il mio oriente, a cura di G. Gurisatti, Adelphi, Milano, 2007, p. 28.

 

[10] Cfr. Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Adelphi, Milano, 1972.

 

[11] Molto interessante nel volume citato sopra, che raccoglie gli scritti sull’Oriente di Schopenhauer, è dare un’occhiata all’elenco dei testi di argomento orientale presenti nella sua biblioteca, che fu stilato alla sua morte. Anche se tale catalogo non esaurisce le letture effettivamente svolte, siamo comunque di fronte a un novero di scritti consistente, che delinea la vastità dei suoi interessi in questo campo.

 

[12] Il mio oriente, cit. p. 30.

 

[13] L’accordo preso con l’editore Fleischer, forse a causa delle condizioni poste dal nostro filosofo, fallì, e la traduzione tedesca dell’opera fu edita postuma per la cura dell’allievo Frauenstädt, presso l’editore Brockhaus di Lipsia, nel 1862.

 

[14] Si veda, in particolare, l’introduzione ad Arthur Schopenhauer, L’arte di essere felici, Milano, Adelphi, 1997, p. 20, e, in generale, la meritoria edizione degli inediti avviata dalla Adelphi.

 

[15] Cfr. Pierre Courcelle, Conosci te stesso. Da Socrate a San Bernardo, Presentazione di Giovanni Reale, Vita e pensiero, Milano, 2001.

 

[16] Arthur Schopenhauer, Il fondamento della morale. Introduzione di Cesare Vasoli. Traduzione di Ervinio Pocar. Laterza, Roma-Bari, 2005.

 

[17] La migliore edizione degli scritti postumi di Schopenhauer è quella a cura di Arthur Hübscher: Der handschriftlische Nachlaβ, 5 voll. in 6 tomi, Kramer, Frankfurt a. M., 1966-1975. L’edizione italiana di riferimento è quella diretta da Franco Volpi: Scritti postumi, Adelphi, Milano, 1996-

 

[18] Arthur Schopenhauer, Colloqui, cit., p. 190.

 

Cinema e paesaggio dell’Emilia Romagna

 

 

Mauro Conti

 

 

 

 

Il cinema può, a buon diritto, essere considerato un’arte guida dell’espressività italiana, proprio come lo sono state la musica operistica nel Romanticismo e l’architettura durante il Rinascimento; è raro, non di meno, che esso figuri come strumento didattico tanto nella scuola media quanto nella superiore. Le ragioni di questa latitanza sono forse da attribuire alla difficoltà di organizzare delle visioni didattiche in aule poco attrezzate, ma anche alla scarsa conoscenza storica, oltre che geografica, del nostro patrimonio filmico. Il percorso didattico che qui viene presentato intende indagare i rapporti tra arte cinematografica e paesaggio dell’Emilia Romagna, in particolare il litorale, l’entroterra ravennate ed il Delta del Po, così come essi sono stati svolti da tre registi come Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Michelangelo Antonioni; i film scelti sono, nell’ordine, Ossessione, Paisà e Deserto Rosso.

 

Quello proposto è un percorso all’interno di un laboratorio didattico integrato di storia e geografia e va, quindi, subito precisato che, anche in relazione agli obiettivi prefissati, il nostro lavoro, più che di un percorso estetico narrativo strutturalmente organizzato, avrà il suo fine precipuo nella definizione degli elementi fondamentali della griglia storico geografica di cui i film sono testimonianza . In sostanza, fatte le debite premesse, i film verranno utilizzati più per la loro forte valenza documentaria e meno come frammenti di un discorso poetico. Del resto, la capacità di pensare il paesaggio non come il mero fondale di un dramma è prerogativa dei grandi registi che abbiamo analizzato e ogni altro percorso che non ne includesse la citazione, il riferimento, ci sarebbe apparso meno convincente al nostro fine.

 

Rappresentare il paesaggio, vederlo, significa in qualche modo possederlo. E’ noto come, specialmente nella pittura italiana, le prime rappresentazioni affrescali di paesaggi o di città avessero la funzione simbolica della rappresentazione del dominio. In sostanza si mostrava, sia nella rappresentazione laica come in quella ecclesiale, il simbolo di un possesso al fine di consacrarlo al controllo sociale. Vedere è al contempo un controllare ed un essere. Il Guido Riccio di Simone Martini è il signore di un paesaggio la cui rappresentazione ne simbolizza la potenza. Il Potere e la rappresentazione vedutistica; “tutto ciò che vedi ti appartiene…” sembra voler dire il Principe e, allo stesso modo, se si scorre la pittura del medioevo, si vedono Santi che tengono in mano la forma miniaturizzata di una città come consacrazione della loro protezione. I luoghi comuni sono letteralmente lo spazio rappresentato di un dominio simbolico della collettività e non solo dei loci retorici… ma, se questo è vero, allora lavorare sulla percezione dello spazio ed in particolare dello spazio paesistico significa lavorare sull’essere, definire il significato di una identità collettiva che è allo stesso tempo lo spazio di una individualità, il suo statuto costitutivo nel gioco della riflessione simbolica.

 

Non è un caso se con le scoperte geografiche si afferma anche la tipologia della rappresentazione cartografica. Non solo strumento di osservazione scientifica, il vedere affina la volontà di potenza, e struttura il nucleo della persona, come nota uno storico come Lucien Fevre: Singula cernere et omnia circumspicere.

 

 

È, forse, nel Settecento che si afferma la veduta, o meglio la rappresentazione paesistica come genere autonomo, privato. Gli aristocratici che vengono in Italia per il loro Grand Tour sviluppano una attitudine documentaria del rappresentare nei pittori che lavorano per loro. Richiedono souvenir, memoria, ma anche il repertorio documentario di una passione didattica, di un amore per la sapienza, la bellezza. Il paesaggio diventa pittoresco e si avverte quasi un’esigenza enciclopedica che mira a cogliere ogni aspetto del reale come nel celebre, anche se a noi contemporaneo, personaggio di George Perec ne La vita: istruzioni per l’uso. Ben presto il romanticismo manderà in frantumi certe geometrie e ordini razionali e la storia del guardare, come la storia delle idee e degli uomini che le incarnano, sarà una storia di naufragi dove affonderanno i gesti emotivi e sentimentali di un Turner, di un Constable, di un Friedrich, per non dire degli incubi di un Füssli.

 

 

Prima ancora che in Italia si affermi la civiltà di massa che modifica radicalmente il concetto di visione ci sono gli impressionisti ed i pittori del naturalismo italiano. Se possibile, come ricordava Federico Zeri, è proprio su questa estetica che noi troviamo un legame con le guide del neo-realismo cinematografico.

 

L’Italia umile ed impegnata del tempo postrisorgimentale, l’Italia laica, realista e socialista sembra ritrovarsi nel cinema del secondo dopoguerra nella poetica pasoliniana, ma ancor di più entro la visione di Visconti, Antonioni, Rossellini.

 

 

Il paesaggio, come ricorda Tomas Maldonado nell’ introduzione al catalogo della mostra Paesaggio: immagine e realtà[1], può essere visto come un frammento della natura che i meccanismi selettivi della percezione visiva hanno reso appunto frammento, cioè parte isolata dal contesto della realtà ambientale; un paesaggio la cui descrizione è possibile solo in termini visivi; un paesaggio che ha trovato sempre nella rappresentazione figurativa della natura, a prescindere dal mezzo di raffigurazione adoperato, la sua più congrua espressione. Ma il paesaggio può essere visto anche come un momento di un più vasto e mai interrotto processo formativo, un processo costitutivo e organizzativo della realtà ambientale, un momento che si prefigura come parte attiva di un sistema di rapporti complesso la cui descrizione e spiegazione involve anche le scienze della natura, la geografia fisica. Dunque nel concetto di spazio c’è un modo di percepire il reale; ma quali e quanti sono i modi di guardare all’Italia?

 

L’Italia, prima ancora che come unità ideale, storica, sociale, si è affermata come unità geografica. In luogo della disunità linguistica, di quella immagine centrifuga e policentrica dell’Italia, frutto della sua plurisecolare storia, troviamo la persistenza e la durata del quadro geografico in cui si collocano gli avvenimenti della sua storia.

 

 

Il paesaggio è dunque un panorama denso di segni e popolato di voci, di trame fitte e articolazioni. Il cinema neorealista, mentre si accosta a questo ambiente, ne avverte l’autonomia e l’individualità, e reagisce secondo una modalità indipendente e più forte dei singoli osservatori e delle singole poetiche: lo lascia parlare. Il cinema neorealista offre la parola al paesaggio, lascia aprire il cuore alle cose per permetter loro di rivelare il segreto della più intima natura che si risolve in una relazione spaziale. Paesaggio come stratificazione di segni senza aggettivi, agglomerato di sensi, intenzioni, finalità, quasi senza una traccia che li precisi, un movimento che li raccordi, uno stato comune che li armonizzi e li faccia concorrere verso una medesima manifestazione sensoriale, emotiva, gnoseologica. E’ dentro questa prospettiva che va collocato il cinema di Rossellini, ma da qui si vede anche Visconti.

 

 

Prima di addentrarci nelle schede dei film, e chiarire il taglio critico con il quale si è scelto di guardarli, occorre forse precisare che questo scritto è da considerarsi propedeutico al lavoro più propriamente operativo e orientato alla didassi dell’insegnante, il quale, dopo averli rivisti, sceglierà le scene che meglio aderiscono al suo progetto didattico e l’utente al quale riferirli. Il nostro lavoro, giova forse ricordarlo, non aspira ad altro che a fornire diversi ed interdisciplinari strumenti alla costruzione degli obiettivi didattici e delle competenze programmate.

 

OSSESSIONE di Luchino Visconti

 

Produzione: Industrie Cinematografiche Italiane. Anno: 1943

 

Regia: Luchino Visconti. Soggetto: ispirato liberamente dal romanzo “ The postman always ring twice “ di James Cain. Sceneggiatura e dialoghi: L.Visconti, Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Mario Puccini con la collaborazione non accreditata di Rosario Assunto e Sergio Greco. Direttore fotografia: Mario Tonti, Domenico Scala: Musica: Giuseppe Rosati diretta da Fernando Previstali. Montaggio: Mario Serrandrei. Costumi: Maria De Mateis. Ass.regia: Antonio Pietrangeli.

 

Interpreti principali: Massimo Girotti ( Gino Costa ) Clara Calamai ( Giovanna Bragana ) Juan De Landa ( Giuseppe Bragana, suo marito ) Dhia Cristiani ( Lucia ) Elio Marcuzzo ( Giuseppe Tavolato detto “lo spagnolo” ).

 

Note: Distribuzione: I.C.I. Durata: 112’ Il film prima della presentazione ufficiale nelle sale cinematografiche ha subito parecchie traversie, ha subito parecchie traversie: a Milano venne visto soltanto nel maggio del ’44, a Roma nell’aprile del ’45, dopo la liberazione.

 

 

Soggetto: In una trattoria della Bassa Padana giunge un giovane vagabondo che viene ospitato in casa dello stesso padrone. L’uomo, durante un assenza del padrone, diviene l’amante della moglie, una donna molto sensuale e insoddisfatta. I due meditano la fuga ma il tentativo va a vuoto ed il giovane riprende la sua strada. In treno incontra un reduce della guerra di Spagna che gli fa intravedere delle possibilità di vita in Grecia ma egli non si convince a seguirlo anche perché è ancora innamorato della donna. Per caso in città incontra i coniugi. Il marito, che ha molta stima di lui, lo invita a ritornare a lavorare alla trattoria e a vivere con loro. La passione si riaccende in modo talmente intenso che la donna riesce a convincere il giovane a sbarazzarsi del marito simulando un incidente d’auto. Consumato il delitto è il momento dell’ossessione per il giovane che vive nel rimorso e nella paura di essere scoperto dalla polizia. Egli ha il sospetto che la donna lo abbia spinto al delitto per incassare l’ingente premio di assicurazione sulla vita dell’anziano marito. Si allontana nuovamente da lei ma per ritornare dopo poco alla notizia che la donna aspetta un bambino. Con la riconciliazione decidono poi di fuggire e di andare a vivere in un altro luogo ma durante la fuga il camion si cui sono si ribalta e la donna muore. Inoltre sopraggiunge la Polizia che ha il mandato di arrestare l’uomo con l’ accusa di omicidio.

 

 

Ritornare a Visconti significa cercare una nuova rappresentazione del paesaggio in Italia. Il cinema prima di Visconti è il cinema dei telefoni bianchi, il cinema della propaganda e degli eroi fascisti che stampano la loro facciona sui campi lunghi e arditi della battaglia. Con Visconti abbiamo una rappresentazione intima e sofferta del paesaggio padano. Fino alla fine degli anni trenta lo scenario cinematografico della pianura padana è uno scenario buio, uno scenario lontano dai centri produttivi cinematografici, annegato in una geometria di linee orizzontali di scarsa resa plastico figurativa: una censura dello sguardo, dei processi produttivi e delle convenzioni del visibile dissolta nel ’42 da Visconti. Il vagabondaggio di Gino in Ossessione, il suo aspetto disordinato ci riporta a un disequilibrio indispensabile rispetto allo sviluppo del dramma. Qui il paesaggio padano è come un operatore testuale. La campagna viene rappresentata come un contesto rurale ( una strada piatta e bianca, degli alberi, un fiume, un tratto di terra pianeggiante ) riproposti con una persistenza figurativa che fa loro raggiungere l’astrazione dei segni. Inoltre, le inquadrature sulla campagna sono attraversate da due uniche linee compositive: una orizzontale ( la trattoria, la fila d’alberi, la linea dell’orizzonte ) e una verticale ( la strada e il fiume ) al centro della quale si dispongono i personaggi ripresi secondo lo schema della prospettiva centrale. Inquadrature chiuse, delimitate ai bordi come da una cornice. La strada è sempre deserta, la trattoria visitata da rarissimi clienti, sbucati dal nulla e pronti a scomparire in un fuori scena mai nominato. In città invece c’è la folla, il traffico, la disposizione delle strade e delle case. Le scene di campagna sono dominate dal contrasto fondamentale di bianco e nero ( bianco della strada e nero dei personaggi) dalla opacità costante, senza nitore ed immobilismo figurativo, lo stesso che si incontra nella trattoria. I personaggi sembra quasi che non vedano la campagna. La campagna è lo spazio dello sprofondamento, dell’immobilismo, della chiusura, della morte.

 

 

Alberto Moravia rilesse la sceneggiatura di Ossessione che venne firmata da Gianni Puccini, Visconti e De Santis. Da Il postino suona sempre due volte di James Cain era stato ridotto in film in francese e solo Visconti lo aveva visto; egli fece la scelta del paesaggio padano. A quel tempo, sulla rivista “Cinema”, si conduceva una polemica per il ritorno del cinema ad una verità italiana. Gino era un irregolare come Jean Gabin avversato dal mondo delle convenzioni borghesi, brusco, schietto, anarcoide che amava la vita randagia, l’irriverenza, il vagabondaggio per strade desolate o per periferie dove incontrare il fiore raro dell’amore, un amore che strascina sempre dietro la morte. Ci sono anche reminiscenze di Quai de brumes, 1938, Le jour se lève e la Bète humaine del 1939. Qui la donna viene vista come inizio di distruzione e nodo dannato di sentimenti. Donna pigra, sensuale e calcolatrice, mentre l’uomo è libero, forte e vittima. C’è una insistenza espressiva sul materiale plastico e ambientale. Il fondale che fa da basso continuo alla vicenda dei protagonisti, e che non è di cartapesta, è la strada che appare subito attraverso il cristallo anteriore di un camion, il Po coi greti sabbiosi, le osterie popolari, i giardini di Ferrara presso il Castello, i vicoli e le piazze affollate di biciclette, la fiera all’aperto, le camere squallide, il porto di Ancona, le viuzze malfamate e il Duomo stagliato contro il cielo, gli scompartimenti di legno di terza classe. Il cinema di allora era il cinema dei telefoni bianchi o delle opere nazionalistiche. Se vogliamo c’è la fine dell’ambiente piccolo borghese nazionale e della visione accademica del mondo nello squallore di orizzonti piatti e desolati e nei personaggi inseriti in esso. L’opera distrugge i riposi ed i nascondigli dell’arcadia, il conformismo del quieto vivere provinciale fascista e la sua autarchia. Un'Italia inedita mai vista nei documentari Luce. Gino: ” Qui non succede mai niente…Poter di nuovo guardare in faccia la gente senza paura”.

 

Uomini vivi nelle cose. Animazione dell’ambiente. Movimento doppio dal personaggio all’ambiente e dall’ambiente al personaggio. L’ambiente si incorpora con la forma umana del protagonista, diventa una sua metafora, quinta o coro e si spinge fino ad assumere dimensioni irreali per far dominare l’empito e lo sfolgorare del personaggio.

 

 

PAISA’ di Roberto Rossellini

 

Produzione: Roberto Rossellini per O.F.I. con la collaborazione di Rod e Geiger. Anno 1946

 

Regia: Roberto Rossellini Soggetto: Sergio Amidi, Federico Fellini, Marcello Pagliero, Victor Alfred Haynes, R.Rossellini. Sceneggiatura: Amidei, Fellini, Rossellini. Direttore fotografia: Otello Martelli. Musica: Renzo Rossellini. Voce narrante: Giulio Panicati.

 

Interpreti: Episodio “Appennino Emiliano”: William Tubs ( Bill Martin, cappellano militare ) Newell Jones ( cap. Jones, cappellano protestante ) Elmer Feldman ( cap. Feldman, cappellano ebreo) e autentici monaci francescano di un convento di Maiori ( Salerno ).

 

Episodio” Porto Tolle”sul Delta del Po: Dale Edmonds ( Dale, l’americano dell’O.S.S ) Cingolani ( lui stesso) Robert Van Loel ( il tedesco ) Alan e Dane ( due soldati americani) altri attori: Iride Belli, Antony La Penna, Fattori.

 

Note: Distribuzione: M.G.M. Durata: 134’ Nastro d’argento per la migliore musica e la migliore regia. Vasco Pratolini collaborò alla sceneggiatura dell’episodio fiorentino.

 

 

Il film racconta in sei episodi l’incontro tra soldati americani che risalgono la penisola combattendo tedeschi e italiani. Di paisà in paisà, l’obiettivo della cinepresa di Rossellini trascorre su di un paesaggio rovente di guerra, gravido di dissoluzione, disperazione, miseria. La critica disse che Rossellini aveva scandalizzato l’Italia con la sua “antiretorica”, ma chi aveva vissuto l’esperienza del conflitto non si scandalizzava proprio di nulla e, semmai, un nuovo punto di vista gettava uno sguardo come un rasoio sulle scelleratezze del passato.

 

Paisà è costruito come una raccolta di novelle sulla lotta partigiana, calata in diversi contesti geografici dell’Italia della fine del 1944. Sesto episodio è lo scenario del Po. Uno scenario che già dalla prima sequenza sembra in grado di restituirci nella ricchezza e nella ripetizione i suoi tratti essenziali. In campo lunghissimo qualcosa succede nella corrente, in mezzo al fiume, avanzando lentamente verso la macchina da presa. Leggera panoramica da destra sinistra fino a quando, in primo piano, possiamo leggere la scritta nera su fondo bianco “partigiano”. Un istante poi il cartello, infilato in un salvagente insieme con un uomo, esce di campo a sinistra. Successivamente, negli undici piani che seguono e che accompagnano lo scorrere sempre più lento del cadavere lungo il fiume, scopriamo un paese basso disteso sulla sponda opposta del fiume ed un gruppo di abitanti del luogo e di tedeschi e di donne in scialle nero che camminano mute lungo l’argine e ancora pescatori, bambini e una riva che va sempre più allontanandosi sullo sfondo e un canneto che chiude alla vista il fiume. Si è parlato di rappresentazione cronachistica del paesaggio in Paisà, documentario, reportage, cronaca in presa diretta. Neutralità di riprese, assenza di processi formali di costruzione. La costruzione del racconto, in realtà, si affida ampiamente all’ellissi e alla giustapposizione di blocchi di sequenze autonome non direttamente ricucibili secondo nessi causali. Una strada, un argine un canneto, una capanna, non sono immediatamente ed esplicitamente preordinati ad alcuna funzione diegetica che li decontestualizza attribuendo loro lo statuto di segni e mantenendo intatto il loro potenziale autonomo di significazione. Vuoti, pause, scollamento del racconto ma persistenza dei tratti paesistici. Paisà è la storia di un fiume che scorre verso il mare.

 

  1. Bazin: ” Nello splendido episodio finale dei partigiani accerchiati nella palude, l’acqua limacciosa del delta del Po, le canne a perdita d’occhio alte abbastanza da nascondere gli uomini accovacciati a piccole barche piatte, lo sciacquio delle onde contro il legno hanno un posto in qualche modo equivalente a quello degli uomini. A questo proposito va segnalato che questa partecipazione drammatica della palude è dovuta ad alcune qualità molto intenzionali della ripresa. La linea dell’orizzonte è sempre alla stessa altezza e questa permanenza della proporzione dell’acqua e del cielo attraversa tutte le inquadrature del film fa emergere uno dei caratteri essenziali di questo paesaggio.”. Anche la funzione del sonoro risulta decisiva: i rumori delle barche a motore, gli spari e le voci, lo sciacquio del fiume che giungono dal fuori campo consentono al paesaggio di dilatarsi e di espandersi in tutte le direzioni oltre la inquadratura. Il paesaggio è restituito in una sorta di esperienza percettiva, la voce del paesaggio insomma, l’alone del fiume. Analogie tra elementi tematici e figurativi.

 

In Rossellini c’è una assenza di subordinazione tra personaggio e paesaggio, una fusione dei due elementi nell’inquadratura. Rossellini cerca la voce del paesaggio. Antonioni, quindici anni dopo, sulla scorta di questa lezione si inoltrerà sull’analisi della zona inesplorata dei sentimenti visti nella loro dimensione comportamentale, nella prospettiva di un neorealismo interiore.

 

 

DESERTO ROSSO di Michelangelo Antonioni

 

Produzione: Angelo Rizzoli per Film Duemila ( Roma ) e Francoritz ( Parigi ) Anno 1964

 

Regia: Michelangelo Antonioni. Soggetto e Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra. Direttore fotografia: Carlo Di Palma.

 

Interpreti principali: Monica Vitti ( Giuliana ) Richard Harris ( Corrado ) Carlo Chionetti ( Ugo, il marito ) Xenia Valderi ( Linda ) Rina Renoir ( Emilia ) Lili Rehims ( moglie dell’operaio ) Valerio Bartoleschi ( Valerio, figlio di Giuliana ) Aldo Grotti ( Max ) Emanuela Paola Carboni ( ragazza della favola ) Giuliano Missirini ( operaio del radiotelescopio )

 

Note: Distribuzione: Cineriz Durata: ‘120 Girato dall’ottobre ’63 al marzo ’64 a Ravenna ed in Sardegna nell’isola Budelli. Presentato al XXV Festival del Cinema di Venezia dove ha ottenuto il Leone d’oro. Ha ottenuto anche il Nastro d’argento per la migliore fotografia a colori.

 

 

Soggetto: Giuliana, sposata ad un ingegnere, dopo uno choc subito in seguito ad un incidente d’auto è colpita da una profonda crisi depressiva. L’ambiente della cittadina industriale dove il lavoro del marito la porta vivere, non fa che acuire il suo stato. Un breve rapporto con Corrado, l’amico del marito, non l’aiuta ad uscire dall’angoscia dei suoi incubi e, quando l’uomo parte, per Giuliana non c’è che smarrimento e vuoto.

 

 

Per Antonioni il paesaggio è essenzialmente un luogo dell’anima, ne rappresenta il vuoto, è un luogo misterioso, il luogo di una avventura. Disumana civiltà delle macchine e condizione dell’uomo contemporaneo, ma anche una nuova sensibilità cromatica nella rappresentazione del paesaggio.

 

Nei film di Antonioni le parole non sono che un commento alle immagini, un sottofondo. Antonioni vuole distruggere nella parola la reminiscenza letteraria e lasciare solo l’effetto cinematografico. Verginità del guardare perché è dall’ambiente che vengono i frutti migliori. Sentire l’ambiente senza i personaggi e le persone. L’ambiente in sé, Ravenna, le sue valli, sono il regesto di una assenza che dissolve nel nulla. Deserto rosso era nato come un film da fare a colori ma nel bianco e nero c’è una irrealtà che piace di più. Deserto Rosso è anche un film sulla nevrosi di una donna, le nevrosi che toccano, che cozzano, farfalle impazzite, i confini sconfinati dell’anima.

 

Il grigio, la nebbia del paesaggio padano sono come la base di tutte le sequenze del film, ricorda il direttore della fotografia Carlo Di Palma. “Era un periodo in cui tutto quello che accadeva intorno a noi era anormale. I rapporti tra individuo e ambiente ed individuo e società erano forse la cosa più interessante da esaminare. La realtà era scottante e vi erano fatti e situazioni eccezionali. Il film neorealista tratta dei rapporti dell’individuo con la società. Io arrivai nel 1950, dice Antonioni, e quella fase cominciava a dare segni di stanchezza. Ora importante diventa esaminare il personaggio, andarvi dentro per vedere che cosa, di tutto quello che era passato - guerra, dopo guerra- era rimasto dentro.” Inquadrature molto lunghe sui personaggi fatte di carrelli e panoramiche: il famoso piano-sequenza di Antonioni che fa del paesaggio uno spazio della interiorità, il teatro di un conflitto indecidibile. Racconta il grande ferrarese: “Accadeva questo: quel paesaggio che fino ad allora era stato un paesaggio di cose, fermo e solitario: l’acqua fangosa e piena di gorghi, i filari dei pioppi che si perdevano nella nebbia. L’isola Bianca in mezzo al fiume a Pontelagoscuro che rompeva la corrente in due, quel paesaggio si muoveva si popolava di persone si rinvigoriva. Le stesse cose reclamavano un attenzione diversa, una suggestione diversa. Guardandole in modo nuovo me ne impadronivo. Cominciando a capire il mondo attraverso l’immagine, capivo l’immagine, la sua forza, il suo mistero. Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa.” Tornare a guardare la realtà con la “macchina da presa”, dunque esplorare, con una nuova consapevolezza, il paesaggio dell’alma mater emiliano romagnola come non lo avevamo mai esplorato.

 

Bibliografia:

 

 

Un sito fondamentale, per capacità e completezza, da cui trarre notizie e documentazione sul cinema in Emilia Romagna è:

 

 

http://www.cinetecadibologna.it/

 

L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti 1935-1969 a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi. Milano Feltrinelli 1981

 

Carlo Lizzani, Il cinema italiano, 1895-1979 Editori Riuniti, Roma 1979

 

Gian Piero Brunetta, Buio in sala, Cent’anni di passioni dello spettatore cinematografico, Marsilio Editori, Venezia 1989

 

Dizionario del cinema Italiano, I film ( 1930-1969 ) Roma 1993

 

Pio Baldelli, Luchino Visconti, Milano 1973

 

P.Sorlin, Sociologia del cinema, Milano 1979

 

Rossellini, Triologia della guerra, Bologna, 1972

 

  1. Bazin, Che cos’è il cinema. Milano 1973

 

  1. Antonioni, Postfazione a sei film, Torino, 1964

 

  1. Romano, Studi sul paesaggio, Torino 1978

 

Cesare De Seta, Presentazione nel volume Il Paesaggio in Annali 5, Storia d’Italia Einaudi.

 

Introduzione al catalogo della mostra, Paesaggio: immagine e realtà pubblicato da Electa.

 

Il Po si muove: da “Ossessione” a “Paisà” risalendo fino a “Il grido”di Giovanna Grignaffini in Paesaggio: immagine e realtà.

 

G.P. Brunetta, Storia del cinema italiano Bari 1991

 

[1] Introduzione al catalogo della mostra, Paesaggio: immagine e realtà pubblicato da Electa.